Episodio 1°- Lo I-ato

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Colse da terra un biglietto incartapecorito, il quale recitava:

Rassettai celermente il cassetto del mobile bianco, non vi trovai nulla di proficuo.

Centellinai i profumi esalati dall’armadio verniciato, non vi intravidi nulla di indossabile.

Perlustrai il seminterrato, umido e mucido, non riabbracciai i raccoglitori di dischi a settantotto giri.

[testo mancante]

Sono oramai lungi dal vostro proscenio.

La vostra progenie misinterpretata

 

Dopo la morte di suo padre, Renald si trasferì in Danezia, in una località come tante.

Puntualmente , alle due del mattino, l’ululato dei lupi bruni di Mont-Sales interrompeva il sonno debole degli inquilini di casa Lamont: Silvienne, la più giovane, era solita ad intraprendere tour itineranti nella magna selva circostante per attenuare la tensione dovuta all’inopinato risveglio; Martin, l’invasato, brandiva la carabina arrugginita dei primi del novecento – inutile puntualizzare che l’armeggio fosse potenzialmente più dannoso per coloro che lo maneggiavano -; Caterinda, la pellerossa, alternava  atteggiamenti parossistici ad eruzioni socialmente invadenti; Livar, il giocatore, procedeva nelle abitudinarie sessioni di Klondike  accompagnate da una chicchera di caffè di cicoria. I coabitanti rimanenti non venivano destati dal canto argenteo delle notti novembrine.

Alle sei di un giorno ordinario, una mattinata umida ed incolore si prospettava, giacché la rugiada ammantava abbondantemente le fattesi aulenti foglie di menta ; Abeba dormì nella Capanna dei Sogni e destatasi uscì. La minuta principessa etiope venne abbarbagliata dalla luce flebile ed estasiata, al contempo, dal fresco effluvio, sicché sorridendo bestemmiò. A piedi nudi, scese dalla scala a pioli, percorse il vialetto di ciottoli bianchi e svoltò a sinistra, alla volta del portone intarsiato. La tenuta era circoscritta da una cinta di pietrisco muschiato e talvolta diruto; la piccola Abeba  sortì dall’entrata principale, acciocché potesse apprendere le “nuove” dal mondo ormai così lontano. Quattro lettere la attendevano, niuna di queste riportava l’identità del mittente; il solo criterio di distinzione era rappresentato dal colore della busta di carta ruvida, incontaminata dall’inchiostro. Lo sguardo della ragazza volgeva  alle quattro epistole sorrette a mo’ di ventaglio: a partire da destra, la prima di colore celadon; a seguire, la seconda in tinta d’avio; la terza splendentemente eburnea; la quarta e postrema, feralmente cerulea. Ciascuna di esse gonfiava Abeba di un’intensa istanza gnoseologica – ciò malgrado, la giovane s’autoimpose una scelta.

Nella propria fase aurorale della giornata – corrispondente alle nove del mattino -, Maria non sentiva la necessità  di imbellettarsi, dacché non fu mai iniziata all’estetismo di se. Tale mattinata, vegliata timidamente da un sole fugace, decise di non desinare insieme agli altri inquilini, abbendati nella vasta sala da pranzo; quandanche ella godesse di un appetito formidabile, digiunò e partì alla volta dei campi d’orzo. La brezza gentile sventagliava la chioma corvina della giovine, mentre accompagnava dolcemente i pedali della bicicletta color bianco di zinco; arrestò la corsa e disertò il velocipede nelle adiacenze di un poggio erbato, dunque zampettò verso la cima. La pallida fanciulla venne subitamente abbacinata dallo scenario prospettatosi ai suoi occhi, il quale rassomigliava ad un oceano aurato dipinto a olio dall’irradiamento di un sole laconico; si fiondò noncurante tra le spighe e cominciò a danzare allo strofinio lieve suonato dalle cosce perlacee, sicché, esausta, si lasciò cadere tra le onde luccicanti. Giaceva soavemente, immota tra le ariste – esse odoravano della stessa luce cordiale che la ammantava, per mezzo dell’abito di seta bianca: scrigno pregevole di tutti colori.

Renald colse l’ascia impolverata dal terreno, sferrò un colpo, infiggendola in tal modo nella corteccia di un abete rosso solingo, nei pressi della legnaia. Il gesto rese il giovane concitato e lo permeò di sudore freddo, cadde dunque in deliquio.

Un occaso gelido insanguinava la foresta boreale, mentre la brezza affreddava le vetrate della magione lignea, dalle quali Maria ne rimirava l’estatica bellezza. La luce vesperale donava all’ampio atrio, ornato di pellicce d’orso e palchi di caribù, una tonalità amarantina, la quale avvolgente incorniciava le vite degli abitanti di Casa Lamont.

Scritto e redatto da Mieletere

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