Episodio 2° – I Lumi della Sera

dream-2011

Tale genere di cipigli erano mimati soltanto da alcuni musicisti: esibendosi, maturavano fulgenti una complicità bambina.

Martin quel pomeriggio abbandonò il suo corpo ad un’inerzia che profumava di tabacco invecchiato, sicché Silvienne, aduggiatasi, cominciò a scavare. Indossava un vestito floreale – lo scorse nel solaio, innanzi l’aver conosciuto gli altri inquilini – e, con il volto fattosi laido a cagion della terra umida, bestemmiava gli dei delle verdi fronde. Il giovane, nel corso di tali mesi algenti, lasciava crescere rigogliosa la barba castana: essa sembrava fornire tutto il tepore necessario alla floridezza fisica, giacché egli vestiva regolarmente una camicia – perentoriamente a quadri – e dei calzoni gualciti rasenti il polpaccio. La ragazza – dai lineamenti  balcanici – portava un cappello a bombetta color olivina ed un piccolo orecchino d’ebano sull’elice; dopo mezz’ora Martin la vide risalire dalla voragine, defatigata e vittoriosa esclamò:

“Ci siamo!”

Dal volto impellicciato provennero le seguenti parole pronunciate con facezia:

“Dunque non ti sei data degna sepoltura.”

Seguitamente inspirò ed estruse un pennacchio di fumo, onde potesse emulare il fumaiolo dei transatlantici; ella sorrise avidamente e voltò il capo, all’indirizzo del lago retrostante la fossa: rimirò dunque il riflesso del sole sull’acqua in stato di quiete. Quindici minuti di bellezza scivolarono lenti come la terra, la quale, dai capelli neri sordidi, giungeva alle spalle strette scoperte; Martin gettò in seguito il mozzicone redolente e s’innalzò dalla sedia-sdraio:

“Si fa tardi, non vorrai cibarti di quelle bacche? Lo sai bene che poi, la realtà non è più la stessa.” Disse egli con fare paterno.

“Ritengo di poter scegliere quale realtà vivere, grazie comunque.” Ribatté giocosamente.

“Mangia pure, ma poi ci s’incammina.” Sentenziò.

In un contesto differente, ovverosia all’interno della Capanna dei Sogni – una tenda tipi di pellame felino essiccato, ornata da statuette d’osso raffiguranti forme astratte ed un giaciglio di pelliccia –, Abeba s’accingeva ad aprire la lettera scelta, cernette l’epistola cerulea:

Candide vette ci separano, ma io ti osservo attraverso un’improbabile feritoia. Tutti necessitiamo talvolta di un riparo! Ed è con questo inno all’umanità, entità unica ed eterna, che ti esorto alla fiducia. Figlia mia, non cedere alla tentazione della credenza, tu, poiché umano essere spirituale, non hai bisogno di mistificare o trascendere. Vivi aldace fiore d’Etiopia!

Tuo ibati

 Il volto della giovane s’intrise di lacrime lucenti, ancorché l’illuminazione fosse scarsa; parimenti Renald era in procinto di percorrere la scala a pioli,  giunto in cima scostò gentilmente la cortina d’ingresso ed entrò. Posò il cappotto nero e subitamente intravide Abeba immota sul giaciglio, incedette delicatamente verso di lei, dunque vi si accostò coricandosi. L’espressione della ragazza posava permeata di una solitudine antartica, Renald le strinse la mano con risoluzione, acciocché potesse comprenderne lo stato d’animo; scambiarono uno sguardo fugace, talché il giovane la congedò con empatia.

In Danezia, diversivi come volubilità nittemerale e attitudine sconclusionata non destavano sconcerto, dacché la vita mellifluiva e, in altra guisa, ardeva celere al contempo. Il klondike provvedeva a Livar la lieta illusione di poter tangere i disegni del fato, dimodoché si potevano udire siffatte esclamazioni:

“Regina di vanghe, o picche se si preferisce, in terza posizione! Ben detto, d’ora in poi si mangerà tapioca fritta e stufato di caribù il venerdì con ricorrenza pentamestrale.”

Ma i deliri lucidi di del giocatore non furono che episodi complementari all’invasività di Caterinda: la coppia – poiché di ciò si trattava –, al di fuori del klondike, sussisteva come entità indissolubile: una dialettica perfetta, tra loquacità e laconismo.

 

Il vespro s’impose e tappezzò di stelle il proprio ventre nudo.

I coabitanti convennero nel tepore della sala; l’olezzo del tacchino marinato ai fiori d’erica pervase l’ambiente ed ammansì il disaccordo, cosicché si volle improvvisare un concerto. Il palco in legno massello adunava da tempo gli strumenti acustici, i musicanti s’apprestarono di buon grado all’esecuzione. Martin brandì il manico del contrabbasso di pioppo nero, tuttavia non pizzicò alcuna corda; l’atmosfera si fece silente, come un deliquio collettivo soffuse nel salone e le occhiate s’intercalarono l’un l’altra. Inopinatamente Abeba si strinse a Renald vestendo un sorriso rassicurato, dappoiché Lo Spettro errante finalmente si ritirò oltre il muro, oltre il cielo.

Scritto e redatto da Mieletere

 

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