Episodio 3° – I Quattro Vegliardi

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Renald, nel blando tentativo di eludere la morte interiore – essa, braccandolo, ostentava il potentato ormai stabilitosi nelle giovani membra del ragazzo –, trasse rilevanti conclusioni circa la strada da percorrere.

Due giorni scorsero dalla dolosa partenza: imbrigliò i cavalli al barroccio di legno intarsiato di betulla, caricò vivande e libagioni, dunque dipartì Casa Lamont; le prime sei ore di viaggio videro lo stravolgersi della notte nel dì, giacché il gentil trapasso mercé l’albore gli fu oscurato dal sonno. Seguitamente asciolse malvolentieri, fumò della resina di pioppo balsamico – una logica perversa stava alla basi di tal gesto: apprese che gli indigeni lenivano le ferite mediante la suddetta sostanza – e scandagliò i pensieri disordinati, acciò potesse individuare la cagione del viaggio.

E’ tutto così inopinato, opalescente, disgiunto, sbiettante…

Una dozzina di aggettivi andavano a formare un asindeto delirante, sicché ingrinzì e gettò il biglietto di carta. Il giovane fu accorto a sufficienza da portare con sé alcuni strumenti musicali, in tal modo circuì la noia e gli sguardi accigliati degli abeti.

Un lago apparì improvvisamente, noncurante. I flutti cavalcavano eleganti, come se fossero stati disegnati con dovizia di dettagli od orditi da anonime tessitrici; il barroccio fermo sembrava attendere Renald seduto sulla riva, il quale accolse il suggerimento del canto delle fronde: estrasse il duduk e s’insinuò nella sinfonia della foresta, la suddetta parve un intromissione apparentemente attesa, laonde l’orchestra acquiescette al nuovo dominio senza urti o malumori. Nessuna traccia di albagia nel porsi come monarca effimero, nessuna leziosità gradita al popolo degli abeti, probabilmente un potentato pacato.

Il tempo ricominciò a roteare, le ruote a scorrere; la via era pervia, i raggi di un sole laconico si adagiavano sul volto di Renald, tingendolo leggermente di castagno. Alla velocità alla quale procedeva, il giovane si prese il lusso di mirare e rimirare il paesaggio, dolcemente devastato dagli incendi spontanei e le precipitazioni, tanto violente quanto sparute.  Scorse in lontananza quattro alberi disposti a quadrilatero, difformi da quelli visti in precedenza: si trattava di quattro cerri solenni. Decise di assidersi al centro della figura delineata dai vegliardi corali.

Cominciò ad ascoltarli, ad assaporare le voci calde e rasserenatrici:

“Kam wu to, kam wu to…”

Renald non conosceva la lingua ancestrale di tale canto, tuttavia non ne aveva alcun bisogno: un profondo senso di conforto s’insinuava tra le sue membra, talché si mise a giacere sull’erba color giada, la quale gli accarezzava il viso ed i capelli castani.

“… kam wu to, kam wu to, isha.”

Il tempo trascorso non rispecchiava quello percepito dal giovane. Quel dialogo, intrattenuto nella più totale passività, risvegliò in lui la voglia di imbrigliare la propria vita con placidità e dunque di tornare a casa. L’orizzonte macinava ogni istante mediante i suoi colori cangianti; egli trascese ogni pensiero pregno di concretezza, la mente decollò e in un attimo rivide il portone della magione.

La mancanza del ragazzo si fece sentire, a detta degli inquilini, ma niuno d’essi lo sciorinò. Ciò non illustrava orgoglio o diffidenza, ma evidenza: ogni gesto sarebbe risultato superfluo, ogni parola sarebbe sfumata nell’ovvio; egli si riinserì con semplicità nell’ambiente che fino a qualche tempo prima incarnava la sua idea di casa.

I quattro aggettivi restanti non palesarono la propria qualità in alcunché, perlomeno non in quella giornata primaverile.

Scritto e redatto da Mieletere

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