Episodio 4° – Canto Umano

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Tra commensali, spesso si dissertava a proposito di una villa. L’ubicazione era strettamente riservata a coloro che ne usufruttavano e, probabilmente, a Casa Lamont, qualcuno custodiva una delle chiavi.

L’estate giungeva al termine e le foglie – la bellezza di una foglia è lontana dal tronco – imbrunivano come pani ben dorati; gli uccelli un tempo festanti si concedevano sporadiche uscite, naturalmente, per approvvigionarsi del necessario all’autoconservazione.

La totalità degli inquilini assideva in cerchio nel piazzale erboso senza proferire parola alcuna; solamente sguardi e cipigli venivano scoccati dai quei volti, talvolta lignei come severe statue d’ebano senufo, talvolta radiosi come colombe rischiarate dal sole autunnale. Una canzone nota risuonava all’unisono nelle loro menti – che trattasse di nostalgia o speranze inadempiute, non era rilevante per niuno di loro – e una brezza melata accarezzava loro le mani, l’una intrecciata all’altra;  talché una tensione metafisica soffuse all’interno del cerchio, quasi a voler innalzare un cilindro, il quale trafiggeva gli astri senza una meta.

Il mattino seguente, la pace infisse il proprio vessillo nel ceppo di quercia al centro della magione. Abeba e Maria, eterne rivali, coltivavano ortaggi con espressioni acquiescenti nel verziere a sud-ovest; nelle vicinanze Martin e Livar duellavano ridenti al primo sangue: le due strisce corrusche dirigevano una marcia di clangori.

Renald errava solingo, poco lontano dal muro a nord. Una figura indefinita incedeva verso il giovane nel sottobosco umbratile, egli smise di camminare e ascoltò.

“Cogli questi semi con le tue mani.”

Si trattava di una donna dai lineamenti Suku Batin e lo sguardo mite, ripeté le suddette parole estraendo un’altra manciata di semi lucidi dalla veste serica. Il giovine rimase impietrato per l’attonimento. Ella proferì le seguenti parole con voce calda e profonda:

“Io sono Maimuna, voglio condividere con te questi semi”

Il giovane riacquistò lucidità, tuttavia restò tacito; la donna lo invitò ad assidere dinnanzi alla propria persona, sicché egli, gradendo la proposta, sedette.

“Masticali lentamente.” Disse ella dianzi una dimostrazione.

Renald imitò il gesto senza proferire parole, ne triturò uno lentamente per poi deglutirlo.

“La senti l’amarezza?” Proseguì lei, sorridendo.

“Cacao…” Sussurrò il giovane.

“Non semplice cacao, ma cacao forastero del fiume.”

Manducarono una modesta quantità di semi, acciocché ne potessero essere paghi. Maimuna fisse gli occhi su quelli del ragazzo disorientato, l’intero volto gli sorrideva; la donna protrasse la mano per accarezzare egli il viso, rimase immoto con lo sguardo smarrito.

“Segui il mio fiume.” Aggiunse.

“Dove sorge e dove sfocia?” Ribatté egli istintivamente.

“Il mio fiume è, non comincia, non termina.”

“Troppo vago… non credo nell’ontologia.” Rispose con fare pensoso.

“E’ ben definito invece, i suoi flutti risplendono.”

“Mostrami la via, poi ti saprò dire.”

Ella volteggiò l’indice e lo puntò verso sé, talché egli si avvicinò lentamente fissandole gli occhi neri e disse:

“Certamente, vedo un fiume, tuttavia non mi attrae il suo divino splendore.”

La baciò sulle labbra e da lei si dipartì.

 Scritto e redatto da Mieletere

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