Mani

 

 

Una lieve foschia ammantava il litorale. Otto giovani allodole decollarono in direzioni divergenti l’una dall’altra; la tela di quell’albore era intrisa di calore, intercalato dalle sorgenti fresche, custodite nel sinuoso drappo argentato di uno stormo di nubi distese, lontane. Come dardi confissi – alla quale estremità giungevano nastri d’oro dalla trama precisa – alla parete, i raggi del sole penetravano la stanza bacìa attraverso l’ampia cortina di velluto – un transigente ricamo di arabeschi ne ricopriva luminosamente la superficie – e innumerevoli fiocchi di polvere vi sciamavano gentili. Un sì piacevole tepore avrebbe sciolto la tensione nei nervi e nei muscoli del pago Sisifo, sulla cima del poggio, ridente all’inanità della sua fatica; un tale silenzio avrebbe condotto al sogno, o al delirio, uno spirito anacoreta. Uno dei suddetti dardi le trafiggeva il corpo semicoperto dalle lenzuola – da esso tinte di zafferano profondo -, attraverso il braccio ricurvo e il piccolo seno sinistro; tuttavia, sulla serica pelle d’oriente non si notava, al tatto raffinato, alcuna ferita superficiale: al contrario, il candore di ogni centimetro della sua persona si palesava, attraverso irregolarità e imperfezioni, ad ogni curva percorsa. Un altro dardo giaceva infisso alla maniglia sferica d’ebano della porta socchiusa, mercé la quale, una brezza sottile scivolò lungo il pavimento in assi di cabreuva fino a giungere al giaciglio aristocratico. Un altro ancora lumeggiava lo scialle color vinaccia damascato in vivido ottone, sciorinato sul deschetto in rovere e pungolato dolcemente a brevi intervalli, giacché la brezza sembrò oramai effondersi in ogni angolo del locale.

Pertanto si destò – con non poca indolenza nelle carni e gli occhi morbidamente socchiusi – protesa alla fonte precipua di tepore, mosse i pochi ma spossanti passi necessari e giunse alla cortina turchese scuro: con un gesto subitaneo e maldestro, scostò di un palmo la sezione destra del velario, venendo, di conseguenza, abbarbagliata dalla luce intensa di un sole eloquente. Ciò non ostante, non volle prestargli ascolto e, scattante, volse il corpo nudo e lo sguardo nella direzione opposta; osservò, vagamente appagata, l’equilibrio e la sintonia strettasi tra il caldo splendore e la fresca corrente, provenienti da sorgenti opposte ma complementari e disse d’un tono giocoso e sottile,’Arāmujagā [Sveglia giaguaro]!’. Dal profondo del lenzuolo una voce baritonale echeggiò limpidamente d’un tono perentorio, ‘ Masaka [No]. Non parlare la tua lingua di primo mattino. …né a pranzo …né a cena.’ Ella rispose scagliando in direzione del suo busto il ferma capelli in ceramica, il quale, irrimediabilmente rimosso, sguinzagliò la chioma efferata che sembrava sgorgare dalle profondità di innumerevoli geyser, in – non poi così netta – contrapposizione con il viso nipponico sapientemente fregiato da una cicatrice: dalla base della narice destra era delineata una figura curvilinea vermiglia, la quale, giustapposta a due nei posti sotto l’occhio destro, andava a raffigurare la chiave di Fa.

Scritto e redatto da Mieletere

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