Olio rosso su tela bianca

 

 

Erano le sei di sera, dopo una giornata come tante altre, Giada curava una testa d’aglio, i quali spicchi sarebbero poi divenuti cosa sola con la carne macinata e il prezzemolo fresco – lo colse alle cinque, lungo lo sciabordio lieve del fossato a pochi metri dall’aia. I suoi occhi, nel mentre, scricchiolavano e rimbalzavano, posandosi per brevi intervalli sulla lama nitente del coltello per poi smarrirsi nel buio opalescente della campagna innevata – nevicò per ben sette giorni -, soffusasi prepotentemente tra i pensieri della giovane; quel dipinto tanto vivido, incorniciato da una stanza illuminata da due lampade ad olio, fu teatro delle vicende più disparate e singolari in cui una ventisettenne figlia di coloni potesse essere coinvolta.

Al lato opposto del casale, ai bordi della corte imbiancata, quattro uomini conversavano allegramente soffermandosi di frequente sulle qualità mondane delle mondine del caseggiato:

“Ah sio can la sarìa na butela d’oro se no la fusse come el strazzo… passà mile olte..”

“Ha-haa, a te si esigente, ardete al spejo, te pari un cavron!”

“Hahaha!” “Hehheh-haha…”

[“Ah zio cane, sarebbe una ragazza d’oro se non fosse come lo straccio… passata mille volte..”

“Ha-haa, sei esigente, guardati allo specchio, sembri un caprone!”

“Hahaha!” “Hehheh-haha…”]

Tra le bestemmie di interpunzione e le risate roboanti dei contadini scorreva l’atmosfera di un giorno particolare per il veneto bucolico di quegli anni: un giorno di festa, un giorno tinto di sangue.

Toni, il mattino dello stesso giorno, andò nel complesso urbano più vicino ad acquistare per l’occasione i carciofi più freschi e profumati che avrebbe individuato tra le ceste in vimini rigonfie di ortaggi del gran mercato rionale di Castelcantorso; quel tipo di leccornia, preparata saggiamente dalle “matrone” dei cascinali locali, avrebbe conquistato senza sforzo il palato dell’imperatore che da qualche decennio aveva tolto il disturbo dalle suddette valli – evidentemente non aveva mai gustato tale prelibatezza. Il ragazzo, infagottato per le algide folate di vento, pedalava con zelo nell’oscurità del vespro facendo attenzione al terreno a dir poco sdrucciolevole, senonché, il fato giocondo gli riservò una breve ma intensa esperienza: il vento divenne più rigido e grumi di candidi cristalli cominciarono ad apparire e a moltiplicarsi a miriadi, sino ad incarnare dei fasci irruenti e gelidi che Toni, montando la sua bicicletta scalcinata e ricalcitrante, penetrò con vigore cacciando un grido di furore misto a disperazione. Uscitone, il suo volto glabro e consunto pareva ammantato di una serenità surreale: a un centinaio di metri, tra le fronde spoglie dei pioppeti, intravedeva i lumi del casale dove la celebrazione stava per cominciare.

A pochi metri dal portone udì il grido spezzato della bestia riecheggiare per il contado sterminato, come se i semi di granturco adagiati nel terreno potessero raccapricciarsene, come se lo specchio d’acqua quieto delle risaie potesse d’un tratto agitarsi, come se i pioppi sentissero palpabile la loro impotenza di fronte ad un gesto che accese di rosso le guance scarne, entusiaste e ridenti dei coloni e che, al contempo, tinse di un rosso più scuro, tendente al carminio, la neve bianchissima sottostante la carcassa dell’animale: quella notte d’inverno s’assistette al sacrificio del porco.

Scritto e redatto da Mieletere

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