Olio rosso su tela bianca

 

 

Erano le sei di sera, dopo una giornata come tante altre, Giada curava una testa d’aglio, i quali spicchi sarebbero poi divenuti cosa sola con la carne macinata e il prezzemolo fresco – lo colse alle cinque, lungo lo sciabordio lieve del fossato a pochi metri dall’aia. I suoi occhi, nel mentre, scricchiolavano e rimbalzavano, posandosi per brevi intervalli sulla lama nitente del coltello per poi smarrirsi nel buio opalescente della campagna innevata – nevicò per ben sette giorni -, soffusasi prepotentemente tra i pensieri della giovane; quel dipinto tanto vivido, incorniciato da una stanza illuminata da due lampade ad olio, fu teatro delle vicende più disparate e singolari in cui una ventisettenne figlia di coloni potesse essere coinvolta.

Al lato opposto del casale, ai bordi della corte imbiancata, quattro uomini conversavano allegramente soffermandosi di frequente sulle qualità mondane delle mondine del caseggiato:

“Ah sio can la sarìa na butela d’oro se no la fusse come el strazzo… passà mile olte..”

“Ha-haa, a te si esigente, ardete al spejo, te pari un cavron!”

“Hahaha!” “Hehheh-haha…”

[“Ah zio cane, sarebbe una ragazza d’oro se non fosse come lo straccio… passata mille volte..”

“Ha-haa, sei esigente, guardati allo specchio, sembri un caprone!”

“Hahaha!” “Hehheh-haha…”]

Tra le bestemmie di interpunzione e le risate roboanti dei contadini scorreva l’atmosfera di un giorno particolare per il veneto bucolico di quegli anni: un giorno di festa, un giorno tinto di sangue.

Toni, il mattino dello stesso giorno, andò nel complesso urbano più vicino ad acquistare per l’occasione i carciofi più freschi e profumati che avrebbe individuato tra le ceste in vimini rigonfie di ortaggi del gran mercato rionale di Castelcantorso; quel tipo di leccornia, preparata saggiamente dalle “matrone” dei cascinali locali, avrebbe conquistato senza sforzo il palato dell’imperatore che da qualche decennio aveva tolto il disturbo dalle suddette valli – evidentemente non aveva mai gustato tale prelibatezza. Il ragazzo, infagottato per le algide folate di vento, pedalava con zelo nell’oscurità del vespro facendo attenzione al terreno a dir poco sdrucciolevole, senonché, il fato giocondo gli riservò una breve ma intensa esperienza: il vento divenne più rigido e grumi di candidi cristalli cominciarono ad apparire e a moltiplicarsi a miriadi, sino ad incarnare dei fasci irruenti e gelidi che Toni, montando la sua bicicletta scalcinata e ricalcitrante, penetrò con vigore cacciando un grido di furore misto a disperazione. Uscitone, il suo volto glabro e consunto pareva ammantato di una serenità surreale: a un centinaio di metri, tra le fronde spoglie dei pioppeti, intravedeva i lumi del casale dove la celebrazione stava per cominciare.

A pochi metri dal portone udì il grido spezzato della bestia riecheggiare per il contado sterminato, come se i semi di granturco adagiati nel terreno potessero raccapricciarsene, come se lo specchio d’acqua quieto delle risaie potesse d’un tratto agitarsi, come se i pioppi sentissero palpabile la loro impotenza di fronte ad un gesto che accese di rosso le guance scarne, entusiaste e ridenti dei coloni e che, al contempo, tinse di un rosso più scuro, tendente al carminio, la neve bianchissima sottostante la carcassa dell’animale: quella notte d’inverno s’assistette al sacrificio del porco.

Scritto e redatto da Mieletere

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Mani

 

 

Una lieve foschia ammantava il litorale. Otto giovani allodole decollarono in direzioni divergenti l’una dall’altra; la tela di quell’albore era intrisa di calore, intercalato dalle sorgenti fresche, custodite nel sinuoso drappo argentato di uno stormo di nubi distese, lontane. Come dardi confissi – alla quale estremità giungevano nastri d’oro dalla trama precisa – alla parete, i raggi del sole penetravano la stanza bacìa attraverso l’ampia cortina di velluto – un transigente ricamo di arabeschi ne ricopriva luminosamente la superficie – e innumerevoli fiocchi di polvere vi sciamavano gentili. Un sì piacevole tepore avrebbe sciolto la tensione nei nervi e nei muscoli del pago Sisifo, sulla cima del poggio, ridente all’inanità della sua fatica; un tale silenzio avrebbe condotto al sogno, o al delirio, uno spirito anacoreta. Uno dei suddetti dardi le trafiggeva il corpo semicoperto dalle lenzuola – da esso tinte di zafferano profondo -, attraverso il braccio ricurvo e il piccolo seno sinistro; tuttavia, sulla serica pelle d’oriente non si notava, al tatto raffinato, alcuna ferita superficiale: al contrario, il candore di ogni centimetro della sua persona si palesava, attraverso irregolarità e imperfezioni, ad ogni curva percorsa. Un altro dardo giaceva infisso alla maniglia sferica d’ebano della porta socchiusa, mercé la quale, una brezza sottile scivolò lungo il pavimento in assi di cabreuva fino a giungere al giaciglio aristocratico. Un altro ancora lumeggiava lo scialle color vinaccia damascato in vivido ottone, sciorinato sul deschetto in rovere e pungolato dolcemente a brevi intervalli, giacché la brezza sembrò oramai effondersi in ogni angolo del locale.

Pertanto si destò – con non poca indolenza nelle carni e gli occhi morbidamente socchiusi – protesa alla fonte precipua di tepore, mosse i pochi ma spossanti passi necessari e giunse alla cortina turchese scuro: con un gesto subitaneo e maldestro, scostò di un palmo la sezione destra del velario, venendo, di conseguenza, abbarbagliata dalla luce intensa di un sole eloquente. Ciò non ostante, non volle prestargli ascolto e, scattante, volse il corpo nudo e lo sguardo nella direzione opposta; osservò, vagamente appagata, l’equilibrio e la sintonia strettasi tra il caldo splendore e la fresca corrente, provenienti da sorgenti opposte ma complementari e disse d’un tono giocoso e sottile,’Arāmujagā [Sveglia giaguaro]!’. Dal profondo del lenzuolo una voce baritonale echeggiò limpidamente d’un tono perentorio, ‘ Masaka [No]. Non parlare la tua lingua di primo mattino. …né a pranzo …né a cena.’ Ella rispose scagliando in direzione del suo busto il ferma capelli in ceramica, il quale, irrimediabilmente rimosso, sguinzagliò la chioma efferata che sembrava sgorgare dalle profondità di innumerevoli geyser, in – non poi così netta – contrapposizione con il viso nipponico sapientemente fregiato da una cicatrice: dalla base della narice destra era delineata una figura curvilinea vermiglia, la quale, giustapposta a due nei posti sotto l’occhio destro, andava a raffigurare la chiave di Fa.

Scritto e redatto da Mieletere

The Box #2

20 Gennaio 1945 – Pianura Padana Bolognese

“Abbassa la radio diamine!”.

Svelta una mano ruotò il piccolo pomello del volume, mentre l’altra continuava ad armeggiare con quello della sintonia. Il sudore gli imperlava il volto, colando lungo il naso, le mani si muovevano incessantemente, il cuore come un tamburo per l’eccitazione e la paura. Infine il ronzio si tramutò in un suono ritmico. Cesare sollevò immediatamente le mani scostandosi, quasi si fosse scottato. Albert lo guardò con approvazione e subito si precipitò dall’altro lato della camera, cercando affannosamente su una logora scrivania una matita. Una volta trovata strappò una pagina da un libro vicino e corse a sedersi di fronte all’apparecchio: appoggiò l’orecchio alla radio, quasi origliasse a una porta, quindi cominciò a prendere annotazioni. Cesare trasse un lungo respiro, bevve un sorso dalla borraccia e si allontanò.

Si accese una sigaretta, forse l’ultima, pensò: essere una spia non gli concedeva il lusso di poter dare per scontato il futuro, neppure quello più immediato. Fissò il proprio riflesso nel vecchio specchio da toeletta impolverato e vi ritrovò il volto sciupato dal sonno. Aspettavano quella comunicazione da due giorni e due notti, passati in una spasmodica veglia irrequieta. Sentendosi mancare improvvisamente le forze si accasciò sul letto sfatto e chiuse gli occhi, cullandosi al suono del tabacco sfrigolante.

Albert lo svegliò dopo una buona mezz’ora: “Sorry Cesare, ma non c’è tempo per sonno, anch’io vorrei bere un the, diamine!”. Cesare si stropicciò gli occhi e si stiracchiò, non poté inoltre non sorridere sentendo il buffo accento inglese del compagno: “Damn Albert! Have you decoded the message?”. L’altro gli passò un consunto foglio strappato: al margine del testo stava una lunga serie apparentemente disordinata di linee e punti, codice Morse. Il messaggio era però diverso dai precedenti, solitamente richieste di informazioni o bollettini militari, e soprattutto portava in testa la dicitura Tango Sierra ad indicare il massimo valore di segretezza delle informazioni.

Cesare allora guardò Albert perplesso prima di continuare la lettura del testo decifrato. Albert ricambiò lo sguardo visibilmente timoroso.

Tango Sierra. Prendere scatola di legno non aprire. Binario 3 Bologna ore 18. Uomo tedesco amico. Superare Linea Gotica. Incontrare Kirkman.

Quando ebbe finito di leggere avvicinò il bordo inferiore sinistro del foglio alla fiamma di una piccola candela. Guardò bruciare la carta e poi spense la radio.

014

All’improvviso Albert, che scrutava la pianura fuori dalla finestra, imprecò battendo il pugno sul vetro. Dalle pendici della collinetta su cui era situata la casetta del guardaboschi proveniva un gran polverone, segno che qualche mezzo stava risalendo la strada di ghiaia. Fu tutto molto veloce: radunarono poche cose tra cui i passaporti falsi e le pistole, nascosero la radio sotto un’asse del pavimento, riempirono le borracce, presero gli zaini e i cappotti e si precipitarono fuori. Si addentrarono nel boschetto adiacente il fatiscente riparo in muratura. Correvano in silenzio, quasi sapessero entrambi dove andare, e così effettivamente era. Inciamparono qualche volta tra i sassi e le radici, ma presto raggiunsero una piccola radura circondata da castagni. Si concessero una brevissima pausa per recuperare fiato e bere un sorso d’acqua, quindi ripresero la loro fuga attraverso il bosco. Sentirono in lontananza il rombo dei motori affaticati dalla salita e ciò fece ancor più aumentare la loro andatura. Giunsero stremati alle pendici opposte della collina: il sole stava tramontando e in lontananza, quasi sbiaditi dal fresco vento vespertino, si alzavano i pennacchi di fumo della città di Bologna.

Albert gettò a terra lo zaino e massaggiandosi la zona lombare guardò l’orologio: “Sono le quattro, diamine! Abbiamo solo due ore per arrivare in Bologna”. “Sarà meglio conservare le energie dunque! Ci stanno seguendo, non possiamo perdere tempo” replicò l’altro. L’inglese si ricompose, mise la camicia nei pantaloni, si sistemò le maniche e cercò di levare alla bell’e meglio il fango dalle scarpe. “Siamo due spie braccate e tu pensi alle scarpe? You’re a real gentleman!” lo canzonò Cesare. Camminarono lungo un sentierino fino ad arrivare ad un vecchio casale: incrociarono lo sguardo del fattore che finse di non vederli, si fecero strada tra i chiassosi polli dell’aia ed entrarono nella stalla. Rombarono fuori in sella alla loro moto sollevando un gran polverone e spaventando a morte i poveri pennuti. Viaggiarono veloci verso la città.

Scritto e redatto da Dixan

Episodio 4° – Canto Umano

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Tra commensali, spesso si dissertava a proposito di una villa. L’ubicazione era strettamente riservata a coloro che ne usufruttavano e, probabilmente, a Casa Lamont, qualcuno custodiva una delle chiavi.

L’estate giungeva al termine e le foglie – la bellezza di una foglia è lontana dal tronco – imbrunivano come pani ben dorati; gli uccelli un tempo festanti si concedevano sporadiche uscite, naturalmente, per approvvigionarsi del necessario all’autoconservazione.

La totalità degli inquilini assideva in cerchio nel piazzale erboso senza proferire parola alcuna; solamente sguardi e cipigli venivano scoccati dai quei volti, talvolta lignei come severe statue d’ebano senufo, talvolta radiosi come colombe rischiarate dal sole autunnale. Una canzone nota risuonava all’unisono nelle loro menti – che trattasse di nostalgia o speranze inadempiute, non era rilevante per niuno di loro – e una brezza melata accarezzava loro le mani, l’una intrecciata all’altra;  talché una tensione metafisica soffuse all’interno del cerchio, quasi a voler innalzare un cilindro, il quale trafiggeva gli astri senza una meta.

Il mattino seguente, la pace infisse il proprio vessillo nel ceppo di quercia al centro della magione. Abeba e Maria, eterne rivali, coltivavano ortaggi con espressioni acquiescenti nel verziere a sud-ovest; nelle vicinanze Martin e Livar duellavano ridenti al primo sangue: le due strisce corrusche dirigevano una marcia di clangori.

Renald errava solingo, poco lontano dal muro a nord. Una figura indefinita incedeva verso il giovane nel sottobosco umbratile, egli smise di camminare e ascoltò.

“Cogli questi semi con le tue mani.”

Si trattava di una donna dai lineamenti Suku Batin e lo sguardo mite, ripeté le suddette parole estraendo un’altra manciata di semi lucidi dalla veste serica. Il giovine rimase impietrato per l’attonimento. Ella proferì le seguenti parole con voce calda e profonda:

“Io sono Maimuna, voglio condividere con te questi semi”

Il giovane riacquistò lucidità, tuttavia restò tacito; la donna lo invitò ad assidere dinnanzi alla propria persona, sicché egli, gradendo la proposta, sedette.

“Masticali lentamente.” Disse ella dianzi una dimostrazione.

Renald imitò il gesto senza proferire parole, ne triturò uno lentamente per poi deglutirlo.

“La senti l’amarezza?” Proseguì lei, sorridendo.

“Cacao…” Sussurrò il giovane.

“Non semplice cacao, ma cacao forastero del fiume.”

Manducarono una modesta quantità di semi, acciocché ne potessero essere paghi. Maimuna fisse gli occhi su quelli del ragazzo disorientato, l’intero volto gli sorrideva; la donna protrasse la mano per accarezzare egli il viso, rimase immoto con lo sguardo smarrito.

“Segui il mio fiume.” Aggiunse.

“Dove sorge e dove sfocia?” Ribatté egli istintivamente.

“Il mio fiume è, non comincia, non termina.”

“Troppo vago… non credo nell’ontologia.” Rispose con fare pensoso.

“E’ ben definito invece, i suoi flutti risplendono.”

“Mostrami la via, poi ti saprò dire.”

Ella volteggiò l’indice e lo puntò verso sé, talché egli si avvicinò lentamente fissandole gli occhi neri e disse:

“Certamente, vedo un fiume, tuttavia non mi attrae il suo divino splendore.”

La baciò sulle labbra e da lei si dipartì.

 Scritto e redatto da Mieletere

Episodio 3° – I Quattro Vegliardi

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Renald, nel blando tentativo di eludere la morte interiore – essa, braccandolo, ostentava il potentato ormai stabilitosi nelle giovani membra del ragazzo –, trasse rilevanti conclusioni circa la strada da percorrere.

Due giorni scorsero dalla dolosa partenza: imbrigliò i cavalli al barroccio di legno intarsiato di betulla, caricò vivande e libagioni, dunque dipartì Casa Lamont; le prime sei ore di viaggio videro lo stravolgersi della notte nel dì, giacché il gentil trapasso mercé l’albore gli fu oscurato dal sonno. Seguitamente asciolse malvolentieri, fumò della resina di pioppo balsamico – una logica perversa stava alla basi di tal gesto: apprese che gli indigeni lenivano le ferite mediante la suddetta sostanza – e scandagliò i pensieri disordinati, acciò potesse individuare la cagione del viaggio.

E’ tutto così inopinato, opalescente, disgiunto, sbiettante…

Una dozzina di aggettivi andavano a formare un asindeto delirante, sicché ingrinzì e gettò il biglietto di carta. Il giovane fu accorto a sufficienza da portare con sé alcuni strumenti musicali, in tal modo circuì la noia e gli sguardi accigliati degli abeti.

Un lago apparì improvvisamente, noncurante. I flutti cavalcavano eleganti, come se fossero stati disegnati con dovizia di dettagli od orditi da anonime tessitrici; il barroccio fermo sembrava attendere Renald seduto sulla riva, il quale accolse il suggerimento del canto delle fronde: estrasse il duduk e s’insinuò nella sinfonia della foresta, la suddetta parve un intromissione apparentemente attesa, laonde l’orchestra acquiescette al nuovo dominio senza urti o malumori. Nessuna traccia di albagia nel porsi come monarca effimero, nessuna leziosità gradita al popolo degli abeti, probabilmente un potentato pacato.

Il tempo ricominciò a roteare, le ruote a scorrere; la via era pervia, i raggi di un sole laconico si adagiavano sul volto di Renald, tingendolo leggermente di castagno. Alla velocità alla quale procedeva, il giovane si prese il lusso di mirare e rimirare il paesaggio, dolcemente devastato dagli incendi spontanei e le precipitazioni, tanto violente quanto sparute.  Scorse in lontananza quattro alberi disposti a quadrilatero, difformi da quelli visti in precedenza: si trattava di quattro cerri solenni. Decise di assidersi al centro della figura delineata dai vegliardi corali.

Cominciò ad ascoltarli, ad assaporare le voci calde e rasserenatrici:

“Kam wu to, kam wu to…”

Renald non conosceva la lingua ancestrale di tale canto, tuttavia non ne aveva alcun bisogno: un profondo senso di conforto s’insinuava tra le sue membra, talché si mise a giacere sull’erba color giada, la quale gli accarezzava il viso ed i capelli castani.

“… kam wu to, kam wu to, isha.”

Il tempo trascorso non rispecchiava quello percepito dal giovane. Quel dialogo, intrattenuto nella più totale passività, risvegliò in lui la voglia di imbrigliare la propria vita con placidità e dunque di tornare a casa. L’orizzonte macinava ogni istante mediante i suoi colori cangianti; egli trascese ogni pensiero pregno di concretezza, la mente decollò e in un attimo rivide il portone della magione.

La mancanza del ragazzo si fece sentire, a detta degli inquilini, ma niuno d’essi lo sciorinò. Ciò non illustrava orgoglio o diffidenza, ma evidenza: ogni gesto sarebbe risultato superfluo, ogni parola sarebbe sfumata nell’ovvio; egli si riinserì con semplicità nell’ambiente che fino a qualche tempo prima incarnava la sua idea di casa.

I quattro aggettivi restanti non palesarono la propria qualità in alcunché, perlomeno non in quella giornata primaverile.

Scritto e redatto da Mieletere

Episodio 2° – I Lumi della Sera

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Tale genere di cipigli erano mimati soltanto da alcuni musicisti: esibendosi, maturavano fulgenti una complicità bambina.

Martin quel pomeriggio abbandonò il suo corpo ad un’inerzia che profumava di tabacco invecchiato, sicché Silvienne, aduggiatasi, cominciò a scavare. Indossava un vestito floreale – lo scorse nel solaio, innanzi l’aver conosciuto gli altri inquilini – e, con il volto fattosi laido a cagion della terra umida, bestemmiava gli dei delle verdi fronde. Il giovane, nel corso di tali mesi algenti, lasciava crescere rigogliosa la barba castana: essa sembrava fornire tutto il tepore necessario alla floridezza fisica, giacché egli vestiva regolarmente una camicia – perentoriamente a quadri – e dei calzoni gualciti rasenti il polpaccio. La ragazza – dai lineamenti  balcanici – portava un cappello a bombetta color olivina ed un piccolo orecchino d’ebano sull’elice; dopo mezz’ora Martin la vide risalire dalla voragine, defatigata e vittoriosa esclamò:

“Ci siamo!”

Dal volto impellicciato provennero le seguenti parole pronunciate con facezia:

“Dunque non ti sei data degna sepoltura.”

Seguitamente inspirò ed estruse un pennacchio di fumo, onde potesse emulare il fumaiolo dei transatlantici; ella sorrise avidamente e voltò il capo, all’indirizzo del lago retrostante la fossa: rimirò dunque il riflesso del sole sull’acqua in stato di quiete. Quindici minuti di bellezza scivolarono lenti come la terra, la quale, dai capelli neri sordidi, giungeva alle spalle strette scoperte; Martin gettò in seguito il mozzicone redolente e s’innalzò dalla sedia-sdraio:

“Si fa tardi, non vorrai cibarti di quelle bacche? Lo sai bene che poi, la realtà non è più la stessa.” Disse egli con fare paterno.

“Ritengo di poter scegliere quale realtà vivere, grazie comunque.” Ribatté giocosamente.

“Mangia pure, ma poi ci s’incammina.” Sentenziò.

In un contesto differente, ovverosia all’interno della Capanna dei Sogni – una tenda tipi di pellame felino essiccato, ornata da statuette d’osso raffiguranti forme astratte ed un giaciglio di pelliccia –, Abeba s’accingeva ad aprire la lettera scelta, cernette l’epistola cerulea:

Candide vette ci separano, ma io ti osservo attraverso un’improbabile feritoia. Tutti necessitiamo talvolta di un riparo! Ed è con questo inno all’umanità, entità unica ed eterna, che ti esorto alla fiducia. Figlia mia, non cedere alla tentazione della credenza, tu, poiché umano essere spirituale, non hai bisogno di mistificare o trascendere. Vivi aldace fiore d’Etiopia!

Tuo ibati

 Il volto della giovane s’intrise di lacrime lucenti, ancorché l’illuminazione fosse scarsa; parimenti Renald era in procinto di percorrere la scala a pioli,  giunto in cima scostò gentilmente la cortina d’ingresso ed entrò. Posò il cappotto nero e subitamente intravide Abeba immota sul giaciglio, incedette delicatamente verso di lei, dunque vi si accostò coricandosi. L’espressione della ragazza posava permeata di una solitudine antartica, Renald le strinse la mano con risoluzione, acciocché potesse comprenderne lo stato d’animo; scambiarono uno sguardo fugace, talché il giovane la congedò con empatia.

In Danezia, diversivi come volubilità nittemerale e attitudine sconclusionata non destavano sconcerto, dacché la vita mellifluiva e, in altra guisa, ardeva celere al contempo. Il klondike provvedeva a Livar la lieta illusione di poter tangere i disegni del fato, dimodoché si potevano udire siffatte esclamazioni:

“Regina di vanghe, o picche se si preferisce, in terza posizione! Ben detto, d’ora in poi si mangerà tapioca fritta e stufato di caribù il venerdì con ricorrenza pentamestrale.”

Ma i deliri lucidi di del giocatore non furono che episodi complementari all’invasività di Caterinda: la coppia – poiché di ciò si trattava –, al di fuori del klondike, sussisteva come entità indissolubile: una dialettica perfetta, tra loquacità e laconismo.

 

Il vespro s’impose e tappezzò di stelle il proprio ventre nudo.

I coabitanti convennero nel tepore della sala; l’olezzo del tacchino marinato ai fiori d’erica pervase l’ambiente ed ammansì il disaccordo, cosicché si volle improvvisare un concerto. Il palco in legno massello adunava da tempo gli strumenti acustici, i musicanti s’apprestarono di buon grado all’esecuzione. Martin brandì il manico del contrabbasso di pioppo nero, tuttavia non pizzicò alcuna corda; l’atmosfera si fece silente, come un deliquio collettivo soffuse nel salone e le occhiate s’intercalarono l’un l’altra. Inopinatamente Abeba si strinse a Renald vestendo un sorriso rassicurato, dappoiché Lo Spettro errante finalmente si ritirò oltre il muro, oltre il cielo.

Scritto e redatto da Mieletere

 

The Box #1

1967 – New Orleans

“Non saresti finito bene, lo sapevi.”

“Da molto tempo.”

La scatola stava lì, immobile, chiusa; sul tavolino metallico stavano ancora i resti della colazione, le briciole del croissant, le macchie del caffè; gli sguardi dei due uomini erano tremendamente vacui, parevano non vedersi o meglio, vedersi attraverso, scrutarsi.

“Sapevo sarebbe giunto questo giorno, ma non lo temevo e continuo a non averne paura. Sai che non va aperta, per nessun motivo…”

“Io ti rispetto Wilhelm, ma tu sei vecchio, senza offesa: hai vissuto un’intera vita custodendo una scatola che potrebbe nel migliore dei casi contenere una vecchia bottiglia di vino, divenuto aceto ormai. Non costringermi a farti del male, non lo sopporterei, mi disonorerebbe agli occhi di mio padre.”

Qualcosa negli occhi dell’altro parve muoversi, una fiamma guizzò nel deserto di quegli occhi azzurri. Le parole si fecero strada, incuranti degli occhi inumiditi del vecchio: “Sai George, io e tuo padre ci siamo rincorsi attraverso due guerre, abbiamo combattuto nella stessa trincea, gettato il volto nello stesso putridume, i proiettili fischiavano sulle nostre teste; i tedeschi ci avrebbero sicuramente uccisi se non fosse stato per la scaltrezza di Bob…”

“Non rendiamo tutto più difficile, te ne prego. Zio…” interruppe George distraendo i suoi occhi altrettanto lucidi dall’uomo.

“Promettimi che Loro non l’avranno, che la distruggerai piuttosto, non lasciargliela aprire!”

“Smettila! Sei ridicolo! Credi sul serio a tutte quelle cazzate?! Mio padre è stato un inetto, non ha mai veramente voluto prenderla; mio padre ti ha protetto per quarant’anni, macchiando di disonore il nome della mia famiglia. Prenderò la Scatola, la aprirò. Non finirà in mano a voi comunisti!”

Lo sguardo di Wilhelm si abbassò, le mani sondarono la tasca del cappotto e ne trassero un blister pieno a metà di piccole pasticche: con fare abitudinario in pochi secondi una di queste fu ingurgitata. Il vecchio allora tornò a fissare fieramente l’avversario: “In questi anni ho sentito le più grandi leggende, le più grandi bugie, le più grandi mistificazioni circa la Scatola: alcuni le riservano poteri sovrannaturali; altri affermano che essa contenga un’antica reliquia, il Graal o giù di lì; taluni vagheggiano di doni extraterrestri, marziani verdi che portano la conoscenza; altri parlano di macchine del tempo, macchine della verità, oracoli tecnologici, arche dell’Alleanza, modellini in scala delle Sette Meraviglie. Ti posso solo dire che in quarantatre anni non mi sono mai posto alcun dubbio: la Scatola ti cambia la vita, per sempre, e sta a te solo decidere se in meglio o in peggio. Figliolo, queste storie che vi propinano, questi comunisti, non esistono! Sono menzogne, Loro vogliono la Scatola, qualsiasi cosa ti abbiano detto…”

Il ragazzo estrasse l’arma automatica e tolse la sicura puntandola vistosamente verso l’anziano. Gli avventori del locale, accortisi del fatto si alzarono e vi fu un fuggi fuggi generale: soli, i due uomini si scontravano in quell’arena metropolitana colma del solo aroma di caffè. Wilhelm si accese allora una sigaretta, il tabacco sfrigolava tra le labbra segnate dal tempo, quella era la faccia di un uomo che non temeva la propria morte, forse anzi la desiderava. Il duello correva sul filo dello sguardo: il volto del giovane, imperlato di sudore, lasciava trasparire una certa agitazione, contrariamente all’espressione dell’altro viso, incartapecorito, rugoso, sereno, fermo, inamovibile. Fu allora che gli sparò, in piena fronte, quando fu sicuro di vedere serenità in quel volto.

Un tonfo sordo dovuto al silenziatore, non un verso, non un urlo, non un gemito.

Parts 806

 Macchie di sangue si mescolarono con altra sporcizia che aveva nel tempo intaccato la Scatola. Stava ancora lì, a meno di un metro di distanza dalla sua mano, eppure George non trovava la forza di impossessarsene, si rese conto di essere il primo dopo anni che era riuscito a prenderla, ora l’avrebbe aperta, avrebbe svelato il suo segreto. Allungo piano il braccio e scostò le braccia del cadavere, poggiate vicino alla scatola, trasalì nel vedere le pupille vuote di quello che era stato suo zio. La sollevò e la soppesò, si scoprì a non averne mai immaginato il peso in tutti quegli anni. Si risvegliò come da un torpore all’udire in lontananza le sirene. Scappò fuori dal locale, la Scatola sotto il braccio.

Quando il cecchino lo colpì, aveva percorso poco meno di cinquanta metri. Udì solo il rumore, una frazione di secondo dopo che le sue cervella furono sparse sul selciato ribollente nell’afosa mattinata.

 

Scritto e redatto da Dixan

Episodio 1°- Lo I-ato

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Colse da terra un biglietto incartapecorito, il quale recitava:

Rassettai celermente il cassetto del mobile bianco, non vi trovai nulla di proficuo.

Centellinai i profumi esalati dall’armadio verniciato, non vi intravidi nulla di indossabile.

Perlustrai il seminterrato, umido e mucido, non riabbracciai i raccoglitori di dischi a settantotto giri.

[testo mancante]

Sono oramai lungi dal vostro proscenio.

La vostra progenie misinterpretata

 

Dopo la morte di suo padre, Renald si trasferì in Danezia, in una località come tante.

Puntualmente , alle due del mattino, l’ululato dei lupi bruni di Mont-Sales interrompeva il sonno debole degli inquilini di casa Lamont: Silvienne, la più giovane, era solita ad intraprendere tour itineranti nella magna selva circostante per attenuare la tensione dovuta all’inopinato risveglio; Martin, l’invasato, brandiva la carabina arrugginita dei primi del novecento – inutile puntualizzare che l’armeggio fosse potenzialmente più dannoso per coloro che lo maneggiavano -; Caterinda, la pellerossa, alternava  atteggiamenti parossistici ad eruzioni socialmente invadenti; Livar, il giocatore, procedeva nelle abitudinarie sessioni di Klondike  accompagnate da una chicchera di caffè di cicoria. I coabitanti rimanenti non venivano destati dal canto argenteo delle notti novembrine.

Alle sei di un giorno ordinario, una mattinata umida ed incolore si prospettava, giacché la rugiada ammantava abbondantemente le fattesi aulenti foglie di menta ; Abeba dormì nella Capanna dei Sogni e destatasi uscì. La minuta principessa etiope venne abbarbagliata dalla luce flebile ed estasiata, al contempo, dal fresco effluvio, sicché sorridendo bestemmiò. A piedi nudi, scese dalla scala a pioli, percorse il vialetto di ciottoli bianchi e svoltò a sinistra, alla volta del portone intarsiato. La tenuta era circoscritta da una cinta di pietrisco muschiato e talvolta diruto; la piccola Abeba  sortì dall’entrata principale, acciocché potesse apprendere le “nuove” dal mondo ormai così lontano. Quattro lettere la attendevano, niuna di queste riportava l’identità del mittente; il solo criterio di distinzione era rappresentato dal colore della busta di carta ruvida, incontaminata dall’inchiostro. Lo sguardo della ragazza volgeva  alle quattro epistole sorrette a mo’ di ventaglio: a partire da destra, la prima di colore celadon; a seguire, la seconda in tinta d’avio; la terza splendentemente eburnea; la quarta e postrema, feralmente cerulea. Ciascuna di esse gonfiava Abeba di un’intensa istanza gnoseologica – ciò malgrado, la giovane s’autoimpose una scelta.

Nella propria fase aurorale della giornata – corrispondente alle nove del mattino -, Maria non sentiva la necessità  di imbellettarsi, dacché non fu mai iniziata all’estetismo di se. Tale mattinata, vegliata timidamente da un sole fugace, decise di non desinare insieme agli altri inquilini, abbendati nella vasta sala da pranzo; quandanche ella godesse di un appetito formidabile, digiunò e partì alla volta dei campi d’orzo. La brezza gentile sventagliava la chioma corvina della giovine, mentre accompagnava dolcemente i pedali della bicicletta color bianco di zinco; arrestò la corsa e disertò il velocipede nelle adiacenze di un poggio erbato, dunque zampettò verso la cima. La pallida fanciulla venne subitamente abbacinata dallo scenario prospettatosi ai suoi occhi, il quale rassomigliava ad un oceano aurato dipinto a olio dall’irradiamento di un sole laconico; si fiondò noncurante tra le spighe e cominciò a danzare allo strofinio lieve suonato dalle cosce perlacee, sicché, esausta, si lasciò cadere tra le onde luccicanti. Giaceva soavemente, immota tra le ariste – esse odoravano della stessa luce cordiale che la ammantava, per mezzo dell’abito di seta bianca: scrigno pregevole di tutti colori.

Renald colse l’ascia impolverata dal terreno, sferrò un colpo, infiggendola in tal modo nella corteccia di un abete rosso solingo, nei pressi della legnaia. Il gesto rese il giovane concitato e lo permeò di sudore freddo, cadde dunque in deliquio.

Un occaso gelido insanguinava la foresta boreale, mentre la brezza affreddava le vetrate della magione lignea, dalle quali Maria ne rimirava l’estatica bellezza. La luce vesperale donava all’ampio atrio, ornato di pellicce d’orso e palchi di caribù, una tonalità amarantina, la quale avvolgente incorniciava le vite degli abitanti di Casa Lamont.

Scritto e redatto da Mieletere

Il Giuoco delle parti: Robert

“Robert smettila!”

La lama premette ancora di più sul collo, madida del sudore dell’uomo.

“Non so nulla! Te lo ripeto, te lo giuro!”

Robert fece spallucce e fischiettando un improvvisato motivetto accarezzò i capelli dell’uomo con ironica tenerezza. Se ne stava legato su quella sedia di legno da un’ora, ma ancora non aveva cacciato fuori di bocca nulla di utile. Robert continuò il suo sadico accarezzare, sempre premendo di più la lama sulla carne fragile. L’uomo cominciò a singhiozzare pesantemente, piangendo un torrente di lacrime: gli cadevano giù per le guance, tumultuose, gli annebbiavano gli occhi e la mente, grondando nella camicia sudata.

“Voglio riassumerti la situazione Billy: vedi, tu hai chiesto dei soldi, un prestito no, a certe persone. Hai ricevuto i soldi, non è così? – urlò premendo la lama – Non è così?! – l’altro annuì singhiozzando – Il problema è che ora non li vuoi ridare vecchio mio. Voglio essere franco con te: detta tra noi, il tuo tempo è scaduto.”

“Ma i soldi non li ho! Cazzo Robert, ho dovuto pagare anche la quota a Don Guido o quelli mi ammazzavano!”

“Perché, pensavi che noi non lo avremmo fatto, invece? Non paragonarmi ad uno sporco mafioso, te ne prego.”

La lama insistette sulla giugulare lacerando il derma: piccole gocce di sangue zampillarono sul metallo temprato.

“Per l’amor di Dio, Robert, abbi pietà!”

“Shhhh, Billy, lascia fuori Dio da questa storia. Lascialo nel suo regno beato ad osservare tutti noi e a dividerci in Caini ed Abeli: Dio non chiede soldi a certe persone o, almeno, li restituisce in tempo. Questa è una commedia, una farsa, è teatro, non capisci? Questa è la nostra parte, recitiamola bene, è la sera della prima! Non comprendi? E’ uno spettacolo per un cielo guardone, voyeurista, e noi dobbiamo indossare i nostri abiti di scena, tutta la vita! Curioso no, questo pirandelliano gioco delle parti? Suvvia non piangere, non ti fa onore, non a te Billy. Dopotutto non piangesti quando scialacquasti i soldi nelle puttane e nel gioco, non piagnucolasti quando comprasti la tua nuova berlina o la tua casa al lago. E’ questo il problema della gente – levò il coltello e si girò a fissare il muro bianco, le mani dietro la schiena – di quelli come te, intendo. Voi vi ostinate a voler recitare in altri ruoli e fate di tutto per apparire sosia dei protagonisti, non rendendovi conto di diventare bizzarre caricature, deformi esseri corrotti.”

Seguì un silenzio denso e cupo, disturbato solo dal pianto di Billy. Il cielo tuonò, due volte, profondamente.

“Là fuori pioverà stanotte. Spero in un nuovo diluvio universale, per raschiare via tutta questa nefandezza, tutta questa merda.”

Prese il soprabito grigio, ripiegato su una sedia, e lo indossò. Si mise in tasca il coltello, lasciando l’altro impietrito, si alzò il bavero ed uscì dalla stanza. Percorrendo il corridoio che lo separava dalla porta d’ingresso si accese una sigaretta: il tabacco sfrigolò bruciando, i polmoni anneriti inspiravano avidamente quelle prime boccate di fumo.

Il tabagismo mi ucciderà, pensò, uscendo sotto i nembi neri del temporale in arrivo.

Le luci della città inquinavano l’oscurità, Robert si mise a sedere sul cofano della sua auto fissando la casa. Inarcò le sopracciglia e fissò il cielo con occhi vacui, sospirando.

A volte è dura recitare la propria parte, specie se gli altri attori non collaborano come dovrebbero: sapeva benissimo che, finita quella sigaretta rituale, si sarebbe dovuto sporcare le mani. Mentalmente pensò alle azioni che di lì a poco avrebbe dovuto compiere: per prima cosa avrebbe dovuto tagliare la gola a Billy, il che significava sporcarsi letteralmente le mani, dopodiché avrebbe dovuto cospargere il tutto di benzina e disinfettare il tutto con un fuoco purificatore. Di cercare soldi, di frugare in cassetti tra calzini e mutande non se ne parlava, quella era roba da mafiosi, o poliziotti. Il suo ordinato elenco mentale fu, però, interrotto da un pensiero improvviso e libero: la lista della spesa. Si destò dal suo pensare quando si accorse che gli ultimi tiri della sigaretta gli stavano bruciando la gola, era finita. La buttò a terra guardandola esalare gli ultimi sbuffi di morte.

Rientrò in casa, dunque: burro, latte, formaggio.

Entrò nella stanza, sapone, succo e…fragole, si, le adoro.

“Ehi Billy sai se è la stagione delle frag…” ma si interruppe, accorgendosi che l’uomo era riverso sulla sedia, il pavimento cosparso di sangue.

Stette in silenzio, sorpreso di sé stesso, non s’era nemmeno accorto, di averlo ucciso.

Yogurt, magari un formaggio italiano…

Uscì dalla villetta, le fiamme lambivano oramai il primo piano.

Immagine

Si sedette nella vettura, si lisciò i capelli e si guardò allo specchietto: cercò di levarsi con la saliva una fastidiosa macchia scarlatta dal colletto della camicia, ma si arrese sospirando. Accese l’auto, un’ultima occhiata di controllo alla casa in fiamme e poi via, fuori dalla scena, dietro le quinte.

Cala il sipario. Era la sera della prima: tutto esaurito, un successo.

 

Scritto e redatto da Dixan

Oltre il Muro #8

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[AVVISO AI LETTORI]

Consiglio, caldamente e sadicamente, di leggere questo passo immedesimandosi nel personaggio.

“Caro Gerard, guardati bene negli occhi, fino a farli lacrimare. Che hai visto? Amarezza? Rimpianto? Orgoglio? Gerard, tu non hai visto nulla.

Entropia improduttiva che dà inevitabilmente come risultato la tua empietà nei confronti di qualsiasi cosa collida erroneamente con il tuo sistema. Ma, l’istinto precipuo che pervade la tua mente è quello di subire l’urto e ciò nella tua ottica è inevitabile.

Suvvia, le perdite non sono mai così significative, ti è rimasto qualche blando quarto d’ora per macinare i semi del tempo, anziché farli germogliare. Lo scorrere dei minuti, uno più gravoso dell’altro, dipinge un sentiero scarlatto, da non lasciarti  un momento per comprendere la motivazione di un colore così vivido per un sangue così laido.”

[AVVISO AI LETTORI]

Consiglio una breve interruzione.

“Verdi laghi, pinete smeraldine, salmoni bronzei e guizzanti, alla luce di un sole avvolgente e rassicurante? No, non credo si tratti di ciò, assumo che la morte sia “l’udire il suono del silenzio”. Ma, il nucleo instabile della questione non è questo, no.

Ti ho considerato il migliore interlocutore per molti anni Gerard, che ti è rimasto da novellare presentemente? Continuerai a trasognare di velleità come attendere angeli e cercare cuori d’oro? Proseguirai crogiolandoti nell’ascolto del tuo disco usurato? Seguiterai eseguendo motivi insensati con la tua Jumbo? Protrarrai la tua esistenza peritura  tra l’alcova e la poltrona vellutata? Ti cimenterai nel ruolo del Re senza un dominio? Pasteggerai all’ombra dei castagni della tua infanzia? Quasserai le fondamenta dei templi della tradizione giudaico-cristiana? O ti allieterai di una felice scemenza acquisita?

Lascia che sia Io a darti una responsiva:

Certamente, proseguirai con codesto circolo vizioso, ma in mia assenza. Io ti congedo irrevocabilmente.

Arrivederci oltre il Muro.”

Il giovane precipitò al di fuori dello specchio, o’mai inabitato.

Scritto e redatto da Mieletere