Oltre il Muro #8

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[AVVISO AI LETTORI]

Consiglio, caldamente e sadicamente, di leggere questo passo immedesimandosi nel personaggio.

“Caro Gerard, guardati bene negli occhi, fino a farli lacrimare. Che hai visto? Amarezza? Rimpianto? Orgoglio? Gerard, tu non hai visto nulla.

Entropia improduttiva che dà inevitabilmente come risultato la tua empietà nei confronti di qualsiasi cosa collida erroneamente con il tuo sistema. Ma, l’istinto precipuo che pervade la tua mente è quello di subire l’urto e ciò nella tua ottica è inevitabile.

Suvvia, le perdite non sono mai così significative, ti è rimasto qualche blando quarto d’ora per macinare i semi del tempo, anziché farli germogliare. Lo scorrere dei minuti, uno più gravoso dell’altro, dipinge un sentiero scarlatto, da non lasciarti  un momento per comprendere la motivazione di un colore così vivido per un sangue così laido.”

[AVVISO AI LETTORI]

Consiglio una breve interruzione.

“Verdi laghi, pinete smeraldine, salmoni bronzei e guizzanti, alla luce di un sole avvolgente e rassicurante? No, non credo si tratti di ciò, assumo che la morte sia “l’udire il suono del silenzio”. Ma, il nucleo instabile della questione non è questo, no.

Ti ho considerato il migliore interlocutore per molti anni Gerard, che ti è rimasto da novellare presentemente? Continuerai a trasognare di velleità come attendere angeli e cercare cuori d’oro? Proseguirai crogiolandoti nell’ascolto del tuo disco usurato? Seguiterai eseguendo motivi insensati con la tua Jumbo? Protrarrai la tua esistenza peritura  tra l’alcova e la poltrona vellutata? Ti cimenterai nel ruolo del Re senza un dominio? Pasteggerai all’ombra dei castagni della tua infanzia? Quasserai le fondamenta dei templi della tradizione giudaico-cristiana? O ti allieterai di una felice scemenza acquisita?

Lascia che sia Io a darti una responsiva:

Certamente, proseguirai con codesto circolo vizioso, ma in mia assenza. Io ti congedo irrevocabilmente.

Arrivederci oltre il Muro.”

Il giovane precipitò al di fuori dello specchio, o’mai inabitato.

Scritto e redatto da Mieletere

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Oltre il Muro #7

 

Spilled-Coffee

“Come hai risolto?”

“Nulla da risolvere vi è mai stato, cara Debora.”

“Nulla?” Ribatté con forza. “Perché fingi di sbattertene di tutto?”

“La mia vita è un immenso  teatro sorretto dalle più effimere fondamenta: presto la scena conoscerà un termine, il canovaccio mucido è giunto alle ultime battute.”

Ella tacque e disperse lo sguardo sul tavolo in legno massello ond’il volto pietrificò. Il giovane fece perdurare la propria attenzione per gli occhi castani della ragazza, la quale si alzò inopinatamente per abbracciarlo mentr’egli, tuttora seduto, la accolse sulle ginocchia spigolose. Il caffè divenne protagonista di un’allucinazione: i clienti si dissolsero e parimenti fecero le luci del locale, fatta eccezione per i due che rimasero lumeggiati in quella posa, in tal modo confidenziale.

Sulla via del ritorno camminarono taciti, fintantoché la ragazza fece breccia nel silenzio:

“Beh, spero proprio di farci qualche comparsa, se il regista è d’accordo.”

Rispose per mezzo di un sorriso fugace, ed ella contraccambiò dipingendo il proprio volto di un’allegria dolcemente puerile. Giunsero al mansardato, mentre lei in precedenza colse una calla per il vialetto. Debora  insinuò il fiore aulente tra le chiavi d’accordatura della chitarra diruta in libreria, nel mentre il galantuomo incedette verso la cucina e si accinse a preparare un caffè . La gaia giovane s’adagiò sull’alcova e dopo alcuni minuti percepì un silenzio assordante, s’alzò e si diresse verso il giovane. Stava granitico in posizione eretta, con lo sguardo vacuo  e la caffettiera tra le mani, il caffè era oramai mesciuto sul pavimento ad assi di larice. Debora lo avvinse caldamente, ma fu respinta dopo qualche istante e con un gesto brusco il ragazzo scaraventò la moka contro il muro mattonato bianco ed esclamò:

Doveva esserci una porta lì nel muro, quando sono entrato!

Diede alcuni segnali di acquietamento che permisero alla fanciulla di avvicinarsi nuovamente. Laddove  il colorito del giovane andò oltre il pallore abituale, ella lo sedette sul canapè in pelle bianco  e disertò l’abitazione senza pronunciare parola alcuna.

La brezza irrompente dalla porta-finestra socchiusa penetrava egli le ossa anestetizzate, la bevanda bruna  oramai affreddata giaceva al suolo priva dell’usitata vivacità, le ore scorrevano come corsieri al traguardo, e il bardo metropolitano, resosi conto della situazione, precipitò vertiginosamente in uno stato di confortevole insensibilità.

Scritto e redatto da Mieletere

Demenza Emozionale #6

opuimteavintage

“Il giorno mi spaventa, sai?”

“Ci metto la mano sul fuoco Gerard, sei lì che strimpelli il tuo basso, senza un senso.”

“Tu comprendi cara, tu Mi comprendi.”

“Finiscila, sei ubriaco o sbiadito da qualche droga.”

“Come dai conferma a ciò che ho detto poco fa, brava Charl.”

Dopo una settimana scorsa nell’attività del sopravvivere amabilmente, ella lo chiamò al telefono con un gesto spontaneo e carico di una forza pulsoria inspiegabile. Ebbene si, cotal giorno vernale partì, la dolce dama dal vestito a pois neri prese quell’aereo, solo a lei era chiara la motivazione di quell’evasione, tanto dolosa quanto dolorosa. La telefonata proseguì:

“Cantami una canzone, ora, per cortesia.”

Nel buio confidenziale dello studio (cagionato sta volta dall’interruttore abbassato), egli poggiò gentilmente la cornetta allo scrittoio di castagno, per poi afferrare il manico della Jumbo.

I’m waiting on an angel, one to carry me home, hope you come to see me soon, ‘cause I don’t wanna…

“Fermo, non finire il verso.” Si schiarì la voce. “Ora ti farò dei “coretti”, così suona meglio.”

Intonarono tutto il brano e quella manciata di minuti si dipinse di crema e bronzo antico, quasi a voler rassomigliare un tirso dionisiaco in una fase primordiale, antecedente alla sua creazione. Tutto ciò che sarebbe accaduto di seguito avrebbe avuto un valore inferiore, giunsero all’Apoteosi.

Il meriggio calò impertinente nel subdolo intento di privare il giovane dello stato di elevazione mattutino. Un tè, fu la cosa più sensata che i neuroni superstiti furono in grado di computare: Il paioletto in ghisa, chiaramente offeso dal tempo, giunse ratto sulla griglia del fornello, il quale sfiammò con furore facendo evaporare le gocce d’acqua presenti sulla superfice scalfita. In fase di bollitura, il quesito tardivo:

“Quale aroma?”

La divagazione scontata sull’Opium Tea (titolo di brano musicale) lo fece viaggiare in Rajasthan, dove effettivamente sorseggiò una bevanda di tale fattura. Lucido, scelse un tè nero.

Seguitamente ad un vuoto di coscienza, il giovane si ritrovò nel suo nido di cashmere a centellare la bevanda profumata. Avvezzo a crogiolarsi in situazioni della fattispecie, provò un senso di rodìo, come se quel dì, l’accoccolarsi in libreria non risultasse un atto finito. Qualcosa si faceva percepire come una voragine ingombrante, una falla nel sistema così cartesiano.

Lo stesso giorno ricevette una telefonata inopinata:

“Hei, sono Debora, ti va un caffè alle due?”

“Sono le quattro Debora..”

“Si, certo, facciamo… per le sei?”

“Ottimo.”

Ogni specifica sul luogo dell’incontro sarebbe risultata superflua, perifrasale, entrambe sapevano che si sarebbero ritrovati al “Camus Lounge”, nei pressi dell’edificio ove si teneva l’E.A.

Scritto e redatto da Mieletere

Demenza emozionale #5

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“Vivi nella cristallizzazione del tuo ego”

Fu questa l’affermazione con cui il bardo metropolitano venne congedato da Charleen, scontato, non rispose per mezzo della parola, ma del volto.

La mattina seguente fu colpito accidentalmente dallo sguardo di una pica fuggiasca che, presumibilmente, albergò la notte sul davanzale della stanza da letto, una visione. Nel volatile nero pece intravide la caducità della propria vita, e ciò ai suoi occhi risultava alquanto paradossale. La convinzione inveterata che l’esistenza fosse rappresentata da un magma fluente destinato a pietrificarsi con la morte, andava a contrapporsi ad un’istanza nova sulla quale non aveva mai riflettuto veramente: era un uomo come tutti gli altri, transeunte, caduco, esauribile, Fragile.

Egli vestì quella mattina l’abitudinaria vestaglia damascata, la quale giaceva dolcemente sulla cassa armonica del contrabbasso di pioppo nero, donatogli dallo zio in occasione del suo funerale. Intiepidito dal tessuto felpato, si diresse in libreria, dove l’illuminazione volutamente scarsa (come del resto accadeva in egual misura nella camera da letto) comunicava, a coloro che vi sarebbero transitati, l’esigenza di “riappropriarsi” di un momento di riflessione e volubilità al contempo. Si adagiò dunque sulla poltrona per poi fissare assennatamente il disco, quel disco che fruttò egli la vita decadente che, in cuor suo, credeva di meritare. Una dozzina di istanti diversi scorsero, ciascheduno raffigurante un portale verso una realtà alternativa che non avrebbe mai vissuto, in quanto egli, nella propria essenza, era dianzi inquilino di cotale realtà. Al termine della visione, la seconda oramai della giornata, afferrò veementemente il disco e lo gettò con violenza in direzione della porta intarsiata, pressoché intatto raggiunse la moquette rossa a quadri.

“Diamine!”

Verso il calare della notte prese la spontanea, quanto mai savia decisione di evadere dal mansardato. Oltrepassato il giardinetto, nel quale in primavera nacquero spontaneamente distese di calle, giunse all’angolo della strada dove niuno lo attendeva. Il giovane percorse un centinaio di metri sul viale spopolato accudito dalla sciarpa e il collo alto del cappotto. L’aria si fece algida improvvisamente, l’affetto procuratogli dal capo di vestiario si dissolse per lasciare libero terreno alla brezza gelida, tagliente, filtrante nelle cavità ossee: si accasciò a terra stremato. Seguitamente ad una dozzina di minuti di assenza, riprese conoscenza e innalzatosi riprese il cammino, lo scotch scordato nella tasca interna qualche mese prima fece la sua parte. Al termine dell’escursione notturna precipitò inesorabilmente sul letto matrimoniale, lasciando cadere il cappotto vellutato a terra, mentre il camino ottemperava il proprio dovere ed illuminava, solo, la stanza.

Intanto che giaceva sull’alcova, una fotografia scattata, durante l’uscita nottambula, dalla propria vista periferica apparve ad egli affrescata sulle pareti della mente: una ragazza a cui non fece minimamente caso vi era raffigurata, bionda, solinga, impavida, la quale al passaggio lo fissò basita. Per un momento percepì la necessità di scaraventarsi nuovamente nella brezza con il divisamento di incontrarla o perlomeno di verificare ciò su cui stava riflettendo, ma questo proposito svanì quando cadde tra le braccia di Morfeo.

Scritto e redatto da Mieletere

Demenza emozionale #4

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Un anno dopo l’E.A., un anno dopo Charleen, un anno dopo Debora, un anno dopo il condominio blu e un anno dopo la propria condanna.

Si svegliò in una mattina di dicembre: il suddetto mese, da due lustri ormai, impettito si adornava di foglie dorate e raggi solari che dardescamente trafiggevano timidi ammassi di neve cristallizzata. Finalmente, in posizione eretta principiò un cammino verso la zona caldamente umbratile della casa: il passo si faceva emicranico quando giungendo nella libreria illuminata da candele alla Magnolia sprofondò nella poltrona rossa vellutata, volse in seguito lo sguardo verso “Demenza Emozionale” che riposava impolverato sul tavolinetto di vetro e Swarovski  dal giorno della premiazione:

“Avrei dovuto esagerare, sarebbe dovuta essere un’opera magniloquente, ma quei discografici…”

Lo sguardo cadde nel vuoto improvvisamente, un uomo diruto sarebbe figurato ad un qualsivoglia spettatore di una tragedia che vedeva come protagonista indiscussa una vita beffarda e avida di energie vitali che il bardo metropolitano evidentemente non riservava. Il cranio pulsante scandiva un tempo scorretto, così sfacciatamente ladro che al suo interno i ricordi blindati non risultavano reperibili alla memoria errante e disillusa per le contrade della mente. Emanò un gemito straziante, e torrentizi i dotti lacrimali cominciarono a far fluire tutta l’aberrazione collezionata in soli dodici mesi e due settimane.

Uno scenario differente si sarebbe prospettato per il giovane a partire da quella torbida giornata vernale, una scure gravosa pendeva sulla sua nuca pallida e l’inconsapevolezza rendeva nauseabondo ogni pronostico.

Il telefono squillò violento e, con evidenti  problemi di deambulazione, lo raggiunse e una voce femminile pronunciò tali parole:

“Io non me la sento Gerard.”

“E’ un imperativo, lo sai.”

“Se ti raggiungessi ora?” Il silenzio grigio avvolse gli interlocutori isolandoli in una stanza “metareale”.

“Il caffè si raffredda…”

Divina “oltrevarcò” la porta in ebano disserrata, i tacchi corti rintoccavano le dieci di sera, mentre il meriggio scorso celere  dal nido di cashmere sfumava nella sera. Il giovane prese la moka mentre sfiatava l’ultimo pennacchio di vapore, dunque versò la bevanda nelle chiccare verdi sbeccate che lo riportavano a giorni nei quali nutriva alte speranze. Consumarono lentamente fissandosi vicendevolmente le pupille.

Terminato il gesto, la ragazza si fece rivestire e abbandonò la triste dimora nella sua decadenza: non l’avrebbe più aiutato a scacciare i fantasmi che lo braccavano in quel momento.

Scritto e redatto da Mieletere

E.A – Egosessuali anonimi #3

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Gli appuntamenti degli Egosessuali Anonimi, tre nella totalità, sembravano ormai giunti al capolinea come, secondo Hegel, la filosofia vi giunse con l’opera di Hegel.

Nonostante la volontà del Supervisore di procedere con i successivi quattro incontri come suggellato inizialmente, quello era destinato ad essere l’ultimo incontro.

In quella sera insolitamente algente di Marzo, i partecipanti furono incaricati di “schizzare” due figure umane separate da una linea, nessun’altra specifica fu data loro. Essi, come ci si aspetta ad un incontro della fattispecie, illustrarono loro stessi in abiti eccentrici (in maggior misura rispetto a quelli indossati), fatta eccezione per Malford e Cansey che sbrandellarono il foglio per poi gettarne la poltiglia in pieno volto del Supervisore che rimase paralizzato dallo stupore, congedarono il gruppo stizziti.

Parimente Charleen, Debora e Morthy si accinsero ad assolvere l’enimmatico compito nell’antro oscuro dell’aula: la prima, assai attalentata nell’arte illustrativa ritrasse Gerard nella prima parte, senza però raffigurarne gli occhi, nella seconda ritrasse Debora, l’amica di una vita, in una posa bizzarra. Quest’ultima accennò alcuni schizzi inconcludenti per poi tonare sorridente:

“Ah, io non disegno come te Charl.”

L’altra concentrata nelle sfumature rispose con un ghigno e un rapido spasmo delle sopracciglia. Nel contempo Morthy eresse nei cimiteri della sua psiche un cantiere navale, il prodotto finale: una barchetta di carta ricavata dal foglio ricevuto.

Il Supervisore abbandonò il locale temporaneamente, e passati quindici interminabili minuti si udì dal corridoio un bramito agghiacciante: Gladio che si sporse lievemente dall’uscio scorse il corpo sanguinante del Supervisore, trafitto da una bottiglia di Vodka spezzata, poi in lontananza percepì un borbottio:

“On eto zaslužil…” (lo meritava…)

Gladio avvisò i presenti con fare disinvolto, codesti lasciarono l’edificio per l’ultima volta scostando il cadavere che intralciava il corridoio ormai affrescato di rosso. I soccorsi arrivarono la mattina seguente.

Quella sera l’orologio ufficiale batteva l’una e mezza del mattino e le due ragazze si accesero una sigaretta alla fine dell’isolato, quando Debora chiese di Gerard:

“E il fantasma dov’è?” Il volto della ragazza era sinceramente permeato di curiosità.

“Gerard? Ci aspetta.” Rispose con occhi assenti.

“Dove precisamente?”

“Che domanda Debby.” Segui dopo essersi schiarita la voce: “Sul tetto del condominio blu, non ricordi? Mi ero raccomandata molto sul fatto che ti avvisasse del concerto.”

Debora aveva l’aria di essere molto confusa, e con lo sguardo smarrito fumava ormai il filtro di quella Marlboro. Finalmente si incamminarono in direzione della dimora di Gerard nel condominio blu. Terminata l’ultima rampa di scale, le ragazze giunsero in cima sfiatate per cagion dell’inveterato tabagismo.

Apparve loro Gerard appollaiato sul cornicione mentre accordava la sua Gibson Jumbo sverniciata, le guardò con un Trinidad acceso tra le labbra e principiò un arpeggio in Mi minore, la melodia in questione richiamava fortemente la prima traccia di di un disco dei Pink Floyd, il suo sguardo cristallizzato era volto alle giovani, quando Charleen si rivolse al bardo metropolitano con dolce ironia:

“Ehi tu, non aiutarli a seppellire la luce.”

Scritto e redatto da Mieletere

E.A. – Egosessuali Anonimi #2

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Il trapasso del torbido Antoine, non destò scandalo, e come biasimare quegl’inamidati soggetti facenti parte dell’E.A?

Il secondo incontro vide tre di individui sconosciuti presenziare, tutti agghindati allo stesso modo: vestivano un completo color foglia di tè lucido di un’eleganza sorprendente e scarpe giada verniciate. L’impressione che  Gerard ebbe di loro fu quella del gruppo vocale,  il giovane centrò in pieno, il trio si presentò in qualità di entità indivisibile vocalizzando i tre pseudonimi su tre ottave diverse: “Goid! Loyd! Royd!”, inutile dire quanto palpabile fosse l’atmosfera di indifferenza che aleggiava nella stanza così scarsamente illuminata.

Nel contempo Charleen invitò alla “entusiasmante serata” un’amica, Debora, anch’ella di media statura, snella e dalla chioma bionda riccioluta e abbacinante, la quale fluiva a cascata dal capo per adagiarsi soavemente al volto della ragazza. Andò formandosi un gruppo parallelo nel cantuccio meno illuminato della stanza, dove Antoine si esibì nel goffo volo Icareo che lo portò alla medesima fine. Esso era composto da quattro elementi la suddetta sera, l’unico non ancora menzionato è, o meglio era Morthy, un losco figuro costantemente (all’apparenza) reduce di un Punk Club degli anni ottanta, il quale portava puntualmente un paio di occhiali da sole tondi strettissimi al volto. Regnava un silenzio silvano nel quartetto, sino a quando Debora si rivolse veementemente a Gerard:

“Tu mi ricordi un tizio.”

“Di che tipo?” Rispose con uno sguardo assente.

“Uno di quelli.” Rispose lei con un ghigno di compiacimento.

“Nonostante la cristallinità della tua invettiva, non recepisco…”

“Te lo si legge in quegli occhi spenti, sei capace di fare quella faccia tutti i giorni, di fissare le persone e comunicar loro la tua vuotezza, sei fottutamente vuoto…”

“Io avrei detto empietà.” Ribatté pacatamente accennando un sorriso quasi impercettibile.

Charleen assistette al dialogo indossando un sorriso che esprimeva familiarità nei confronti di quel comportamento che Debora assunse, una prassi giustappunto, la ventenne era avvezza alle invettive spontanee in compagnia. Decisero così di lasciare l’incontro due minuti prima del termine prestabilito e di percorrere la strada verso casa di Gerard che avrebbe ospitato le due ragazze, fumando. Morthy li congedò attraverso un breve cenno con le dita, allontanandosi. Finita la sigaretta Debora si strinse a Gerard  fissando quello sguardo smarrito, quasi da volerlo ricondurre alla casa in mattoni rossi di campagna che non aveva mai abitato. Charleen, che quella sera indossava un vestito a rombi neri, stava alla stessa distanza della sera precedente, lei e Gerard ebbero un incontro musicale nel quale lei accompagnò lui al Gran Piano svolgendo alcuni brani tratti da “Closing Time” di Tom Waits. Debora dormì con Gerard nella stanza degli ospiti, Charleen nella camera del giovane.

Quella sera serpeggiò in Gerard la volontà di bigiare l’appuntamento successivo all’E.A, la motivazione era anche al giovane stesso arcana, fatto sta che dopo la parentesi carnale si mise a scrivere per altrettanto tempo di luoghi fittizi i quali godevano della qualità dell’esistenza nel personale mondo infernale di Gerard.

Lei sussurrò: “Spegniti un momento.”

Scritto e radatto da Mieletere

E.A. – Egosessuali anonimi #1

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Sull’insegna “E.A. – Egosessuali anonimi”, inutile dire quale screzio sia stato per quella viziosa dozzina non rivelare il proprio nome seguito da epiteti fuligginosi e decadenti, ce la fecero.

Fu chiesto essi di soppiantare il proprio nome con uno fittizio e ciò sollecitò vivamente i presenti nel profondo della loro indole creativa ed egocentrica. Il primo sulla ventina, decise di proclamare la propria vana gloria a gran voce: “Sono Gladio, so riflettere i raggi luminosi come una supernova e ferire come il più tagliente dei rasoi, è un piacere tediare qualche individuo squilibrato, che erroneamente è attratto dall’idea blanda di se stesso.” Al sedicente Gladio susseguì un tale, canuto sulla cinquantina, il quale indossava una vestaglia blu cobalto damascata, e non v’è ombra di dubbio che la suddetta fosse la tenuta quotidiana dell’uomo. Dal baffuto viso scarno provennero le seguenti parole: “Mi presento, nonostante l’inutilità del gesto” si schiarì la voce e proseguì: ”Sono Fasenzio, annego nell’oro ogni giorno e non mi stanco mai di farlo, come qualcun altro indubbiamente possiedo una Sala degli specchi ove ammiro la mia persona e disprezzo le mie amanti passate, presenti e future, grazie.”

Durante le presentazioni, al di là dell’uscio alcuni studenti Russi borbottavano lamentandosi della temperatura, Gerard li sentiva benissimo, ma Antoine, intorpidito dai gas tetraidrocannabinotici provenienti dal vicolo sul quale dava il locale adibito all’E.A., sembrava in uno stato di coma profondo con le pupille smeraldine e scintillanti che scorgevano il  pertugio suburbano. I due ventenni si conoscevano da un paio di mesi per un “goliardico incidente” avvenuto in una stazione di servizio alle due del mattino in un giorno di Maggio.

Il raduno di sollazzanti api regine proseguiva, Gerard ne percepiva il ronzio, Antoine non dava alcun segno vitale e la ragazza si dondolava sulle piante dei piedi, quasi nell’intento di scandire un tempo più logico rispetto a quello propinato dall’orologio rosso. Era di media statura femminile, sfoggiava una capigliatura anni cinquanta e vestiva un abito a pois neri, e avvegnanché il suo viso non comunicasse alcuna emozione, Gerard vi era rimasto ipnotizzato.

Inaspettatamente Antoine cadde dalla finestra e nessuno notò il fatto. Nel frattempo gli sguardi di Charleen e Gerard emanarono un fascio turbinoso di luce che permise la connessione spirituale tra i due, erano giunti in una dimensione iperuranica che li privò di ogni facoltà sensoriale. I due, praticamente sconosciuti sino a quella sera di Marzo all’E.A., ottennero le informazioni necessarie per comprendere che il legame stabilito era innato.

La settimana seguente si sarebbe dovuto allestire il secondo incontro, ma il Supervisore ebbe da rassettare i moduli di presenza dato il decesso di un partecipante, il secondo appuntamento sarebbe avenuto la settimana successiva.

Nella via del ritorno Gerard offrì un sigarino a Charleen che di buon grado indirizzò il ragazzo ad applicarsi in un atto sodomitico imprecisato, ciononostante la ragazza lo accompagnò a casa e vi albergò quella notte.

Scritto e redatto da Mieletere