The Box #2

20 Gennaio 1945 – Pianura Padana Bolognese

“Abbassa la radio diamine!”.

Svelta una mano ruotò il piccolo pomello del volume, mentre l’altra continuava ad armeggiare con quello della sintonia. Il sudore gli imperlava il volto, colando lungo il naso, le mani si muovevano incessantemente, il cuore come un tamburo per l’eccitazione e la paura. Infine il ronzio si tramutò in un suono ritmico. Cesare sollevò immediatamente le mani scostandosi, quasi si fosse scottato. Albert lo guardò con approvazione e subito si precipitò dall’altro lato della camera, cercando affannosamente su una logora scrivania una matita. Una volta trovata strappò una pagina da un libro vicino e corse a sedersi di fronte all’apparecchio: appoggiò l’orecchio alla radio, quasi origliasse a una porta, quindi cominciò a prendere annotazioni. Cesare trasse un lungo respiro, bevve un sorso dalla borraccia e si allontanò.

Si accese una sigaretta, forse l’ultima, pensò: essere una spia non gli concedeva il lusso di poter dare per scontato il futuro, neppure quello più immediato. Fissò il proprio riflesso nel vecchio specchio da toeletta impolverato e vi ritrovò il volto sciupato dal sonno. Aspettavano quella comunicazione da due giorni e due notti, passati in una spasmodica veglia irrequieta. Sentendosi mancare improvvisamente le forze si accasciò sul letto sfatto e chiuse gli occhi, cullandosi al suono del tabacco sfrigolante.

Albert lo svegliò dopo una buona mezz’ora: “Sorry Cesare, ma non c’è tempo per sonno, anch’io vorrei bere un the, diamine!”. Cesare si stropicciò gli occhi e si stiracchiò, non poté inoltre non sorridere sentendo il buffo accento inglese del compagno: “Damn Albert! Have you decoded the message?”. L’altro gli passò un consunto foglio strappato: al margine del testo stava una lunga serie apparentemente disordinata di linee e punti, codice Morse. Il messaggio era però diverso dai precedenti, solitamente richieste di informazioni o bollettini militari, e soprattutto portava in testa la dicitura Tango Sierra ad indicare il massimo valore di segretezza delle informazioni.

Cesare allora guardò Albert perplesso prima di continuare la lettura del testo decifrato. Albert ricambiò lo sguardo visibilmente timoroso.

Tango Sierra. Prendere scatola di legno non aprire. Binario 3 Bologna ore 18. Uomo tedesco amico. Superare Linea Gotica. Incontrare Kirkman.

Quando ebbe finito di leggere avvicinò il bordo inferiore sinistro del foglio alla fiamma di una piccola candela. Guardò bruciare la carta e poi spense la radio.

014

All’improvviso Albert, che scrutava la pianura fuori dalla finestra, imprecò battendo il pugno sul vetro. Dalle pendici della collinetta su cui era situata la casetta del guardaboschi proveniva un gran polverone, segno che qualche mezzo stava risalendo la strada di ghiaia. Fu tutto molto veloce: radunarono poche cose tra cui i passaporti falsi e le pistole, nascosero la radio sotto un’asse del pavimento, riempirono le borracce, presero gli zaini e i cappotti e si precipitarono fuori. Si addentrarono nel boschetto adiacente il fatiscente riparo in muratura. Correvano in silenzio, quasi sapessero entrambi dove andare, e così effettivamente era. Inciamparono qualche volta tra i sassi e le radici, ma presto raggiunsero una piccola radura circondata da castagni. Si concessero una brevissima pausa per recuperare fiato e bere un sorso d’acqua, quindi ripresero la loro fuga attraverso il bosco. Sentirono in lontananza il rombo dei motori affaticati dalla salita e ciò fece ancor più aumentare la loro andatura. Giunsero stremati alle pendici opposte della collina: il sole stava tramontando e in lontananza, quasi sbiaditi dal fresco vento vespertino, si alzavano i pennacchi di fumo della città di Bologna.

Albert gettò a terra lo zaino e massaggiandosi la zona lombare guardò l’orologio: “Sono le quattro, diamine! Abbiamo solo due ore per arrivare in Bologna”. “Sarà meglio conservare le energie dunque! Ci stanno seguendo, non possiamo perdere tempo” replicò l’altro. L’inglese si ricompose, mise la camicia nei pantaloni, si sistemò le maniche e cercò di levare alla bell’e meglio il fango dalle scarpe. “Siamo due spie braccate e tu pensi alle scarpe? You’re a real gentleman!” lo canzonò Cesare. Camminarono lungo un sentierino fino ad arrivare ad un vecchio casale: incrociarono lo sguardo del fattore che finse di non vederli, si fecero strada tra i chiassosi polli dell’aia ed entrarono nella stalla. Rombarono fuori in sella alla loro moto sollevando un gran polverone e spaventando a morte i poveri pennuti. Viaggiarono veloci verso la città.

Scritto e redatto da Dixan

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The Box #1

1967 – New Orleans

“Non saresti finito bene, lo sapevi.”

“Da molto tempo.”

La scatola stava lì, immobile, chiusa; sul tavolino metallico stavano ancora i resti della colazione, le briciole del croissant, le macchie del caffè; gli sguardi dei due uomini erano tremendamente vacui, parevano non vedersi o meglio, vedersi attraverso, scrutarsi.

“Sapevo sarebbe giunto questo giorno, ma non lo temevo e continuo a non averne paura. Sai che non va aperta, per nessun motivo…”

“Io ti rispetto Wilhelm, ma tu sei vecchio, senza offesa: hai vissuto un’intera vita custodendo una scatola che potrebbe nel migliore dei casi contenere una vecchia bottiglia di vino, divenuto aceto ormai. Non costringermi a farti del male, non lo sopporterei, mi disonorerebbe agli occhi di mio padre.”

Qualcosa negli occhi dell’altro parve muoversi, una fiamma guizzò nel deserto di quegli occhi azzurri. Le parole si fecero strada, incuranti degli occhi inumiditi del vecchio: “Sai George, io e tuo padre ci siamo rincorsi attraverso due guerre, abbiamo combattuto nella stessa trincea, gettato il volto nello stesso putridume, i proiettili fischiavano sulle nostre teste; i tedeschi ci avrebbero sicuramente uccisi se non fosse stato per la scaltrezza di Bob…”

“Non rendiamo tutto più difficile, te ne prego. Zio…” interruppe George distraendo i suoi occhi altrettanto lucidi dall’uomo.

“Promettimi che Loro non l’avranno, che la distruggerai piuttosto, non lasciargliela aprire!”

“Smettila! Sei ridicolo! Credi sul serio a tutte quelle cazzate?! Mio padre è stato un inetto, non ha mai veramente voluto prenderla; mio padre ti ha protetto per quarant’anni, macchiando di disonore il nome della mia famiglia. Prenderò la Scatola, la aprirò. Non finirà in mano a voi comunisti!”

Lo sguardo di Wilhelm si abbassò, le mani sondarono la tasca del cappotto e ne trassero un blister pieno a metà di piccole pasticche: con fare abitudinario in pochi secondi una di queste fu ingurgitata. Il vecchio allora tornò a fissare fieramente l’avversario: “In questi anni ho sentito le più grandi leggende, le più grandi bugie, le più grandi mistificazioni circa la Scatola: alcuni le riservano poteri sovrannaturali; altri affermano che essa contenga un’antica reliquia, il Graal o giù di lì; taluni vagheggiano di doni extraterrestri, marziani verdi che portano la conoscenza; altri parlano di macchine del tempo, macchine della verità, oracoli tecnologici, arche dell’Alleanza, modellini in scala delle Sette Meraviglie. Ti posso solo dire che in quarantatre anni non mi sono mai posto alcun dubbio: la Scatola ti cambia la vita, per sempre, e sta a te solo decidere se in meglio o in peggio. Figliolo, queste storie che vi propinano, questi comunisti, non esistono! Sono menzogne, Loro vogliono la Scatola, qualsiasi cosa ti abbiano detto…”

Il ragazzo estrasse l’arma automatica e tolse la sicura puntandola vistosamente verso l’anziano. Gli avventori del locale, accortisi del fatto si alzarono e vi fu un fuggi fuggi generale: soli, i due uomini si scontravano in quell’arena metropolitana colma del solo aroma di caffè. Wilhelm si accese allora una sigaretta, il tabacco sfrigolava tra le labbra segnate dal tempo, quella era la faccia di un uomo che non temeva la propria morte, forse anzi la desiderava. Il duello correva sul filo dello sguardo: il volto del giovane, imperlato di sudore, lasciava trasparire una certa agitazione, contrariamente all’espressione dell’altro viso, incartapecorito, rugoso, sereno, fermo, inamovibile. Fu allora che gli sparò, in piena fronte, quando fu sicuro di vedere serenità in quel volto.

Un tonfo sordo dovuto al silenziatore, non un verso, non un urlo, non un gemito.

Parts 806

 Macchie di sangue si mescolarono con altra sporcizia che aveva nel tempo intaccato la Scatola. Stava ancora lì, a meno di un metro di distanza dalla sua mano, eppure George non trovava la forza di impossessarsene, si rese conto di essere il primo dopo anni che era riuscito a prenderla, ora l’avrebbe aperta, avrebbe svelato il suo segreto. Allungo piano il braccio e scostò le braccia del cadavere, poggiate vicino alla scatola, trasalì nel vedere le pupille vuote di quello che era stato suo zio. La sollevò e la soppesò, si scoprì a non averne mai immaginato il peso in tutti quegli anni. Si risvegliò come da un torpore all’udire in lontananza le sirene. Scappò fuori dal locale, la Scatola sotto il braccio.

Quando il cecchino lo colpì, aveva percorso poco meno di cinquanta metri. Udì solo il rumore, una frazione di secondo dopo che le sue cervella furono sparse sul selciato ribollente nell’afosa mattinata.

 

Scritto e redatto da Dixan