Olio rosso su tela bianca

 

 

Erano le sei di sera, dopo una giornata come tante altre, Giada curava una testa d’aglio, i quali spicchi sarebbero poi divenuti cosa sola con la carne macinata e il prezzemolo fresco – lo colse alle cinque, lungo lo sciabordio lieve del fossato a pochi metri dall’aia. I suoi occhi, nel mentre, scricchiolavano e rimbalzavano, posandosi per brevi intervalli sulla lama nitente del coltello per poi smarrirsi nel buio opalescente della campagna innevata – nevicò per ben sette giorni -, soffusasi prepotentemente tra i pensieri della giovane; quel dipinto tanto vivido, incorniciato da una stanza illuminata da due lampade ad olio, fu teatro delle vicende più disparate e singolari in cui una ventisettenne figlia di coloni potesse essere coinvolta.

Al lato opposto del casale, ai bordi della corte imbiancata, quattro uomini conversavano allegramente soffermandosi di frequente sulle qualità mondane delle mondine del caseggiato:

“Ah sio can la sarìa na butela d’oro se no la fusse come el strazzo… passà mile olte..”

“Ha-haa, a te si esigente, ardete al spejo, te pari un cavron!”

“Hahaha!” “Hehheh-haha…”

[“Ah zio cane, sarebbe una ragazza d’oro se non fosse come lo straccio… passata mille volte..”

“Ha-haa, sei esigente, guardati allo specchio, sembri un caprone!”

“Hahaha!” “Hehheh-haha…”]

Tra le bestemmie di interpunzione e le risate roboanti dei contadini scorreva l’atmosfera di un giorno particolare per il veneto bucolico di quegli anni: un giorno di festa, un giorno tinto di sangue.

Toni, il mattino dello stesso giorno, andò nel complesso urbano più vicino ad acquistare per l’occasione i carciofi più freschi e profumati che avrebbe individuato tra le ceste in vimini rigonfie di ortaggi del gran mercato rionale di Castelcantorso; quel tipo di leccornia, preparata saggiamente dalle “matrone” dei cascinali locali, avrebbe conquistato senza sforzo il palato dell’imperatore che da qualche decennio aveva tolto il disturbo dalle suddette valli – evidentemente non aveva mai gustato tale prelibatezza. Il ragazzo, infagottato per le algide folate di vento, pedalava con zelo nell’oscurità del vespro facendo attenzione al terreno a dir poco sdrucciolevole, senonché, il fato giocondo gli riservò una breve ma intensa esperienza: il vento divenne più rigido e grumi di candidi cristalli cominciarono ad apparire e a moltiplicarsi a miriadi, sino ad incarnare dei fasci irruenti e gelidi che Toni, montando la sua bicicletta scalcinata e ricalcitrante, penetrò con vigore cacciando un grido di furore misto a disperazione. Uscitone, il suo volto glabro e consunto pareva ammantato di una serenità surreale: a un centinaio di metri, tra le fronde spoglie dei pioppeti, intravedeva i lumi del casale dove la celebrazione stava per cominciare.

A pochi metri dal portone udì il grido spezzato della bestia riecheggiare per il contado sterminato, come se i semi di granturco adagiati nel terreno potessero raccapricciarsene, come se lo specchio d’acqua quieto delle risaie potesse d’un tratto agitarsi, come se i pioppi sentissero palpabile la loro impotenza di fronte ad un gesto che accese di rosso le guance scarne, entusiaste e ridenti dei coloni e che, al contempo, tinse di un rosso più scuro, tendente al carminio, la neve bianchissima sottostante la carcassa dell’animale: quella notte d’inverno s’assistette al sacrificio del porco.

Scritto e redatto da Mieletere

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Mani

 

 

Una lieve foschia ammantava il litorale. Otto giovani allodole decollarono in direzioni divergenti l’una dall’altra; la tela di quell’albore era intrisa di calore, intercalato dalle sorgenti fresche, custodite nel sinuoso drappo argentato di uno stormo di nubi distese, lontane. Come dardi confissi – alla quale estremità giungevano nastri d’oro dalla trama precisa – alla parete, i raggi del sole penetravano la stanza bacìa attraverso l’ampia cortina di velluto – un transigente ricamo di arabeschi ne ricopriva luminosamente la superficie – e innumerevoli fiocchi di polvere vi sciamavano gentili. Un sì piacevole tepore avrebbe sciolto la tensione nei nervi e nei muscoli del pago Sisifo, sulla cima del poggio, ridente all’inanità della sua fatica; un tale silenzio avrebbe condotto al sogno, o al delirio, uno spirito anacoreta. Uno dei suddetti dardi le trafiggeva il corpo semicoperto dalle lenzuola – da esso tinte di zafferano profondo -, attraverso il braccio ricurvo e il piccolo seno sinistro; tuttavia, sulla serica pelle d’oriente non si notava, al tatto raffinato, alcuna ferita superficiale: al contrario, il candore di ogni centimetro della sua persona si palesava, attraverso irregolarità e imperfezioni, ad ogni curva percorsa. Un altro dardo giaceva infisso alla maniglia sferica d’ebano della porta socchiusa, mercé la quale, una brezza sottile scivolò lungo il pavimento in assi di cabreuva fino a giungere al giaciglio aristocratico. Un altro ancora lumeggiava lo scialle color vinaccia damascato in vivido ottone, sciorinato sul deschetto in rovere e pungolato dolcemente a brevi intervalli, giacché la brezza sembrò oramai effondersi in ogni angolo del locale.

Pertanto si destò – con non poca indolenza nelle carni e gli occhi morbidamente socchiusi – protesa alla fonte precipua di tepore, mosse i pochi ma spossanti passi necessari e giunse alla cortina turchese scuro: con un gesto subitaneo e maldestro, scostò di un palmo la sezione destra del velario, venendo, di conseguenza, abbarbagliata dalla luce intensa di un sole eloquente. Ciò non ostante, non volle prestargli ascolto e, scattante, volse il corpo nudo e lo sguardo nella direzione opposta; osservò, vagamente appagata, l’equilibrio e la sintonia strettasi tra il caldo splendore e la fresca corrente, provenienti da sorgenti opposte ma complementari e disse d’un tono giocoso e sottile,’Arāmujagā [Sveglia giaguaro]!’. Dal profondo del lenzuolo una voce baritonale echeggiò limpidamente d’un tono perentorio, ‘ Masaka [No]. Non parlare la tua lingua di primo mattino. …né a pranzo …né a cena.’ Ella rispose scagliando in direzione del suo busto il ferma capelli in ceramica, il quale, irrimediabilmente rimosso, sguinzagliò la chioma efferata che sembrava sgorgare dalle profondità di innumerevoli geyser, in – non poi così netta – contrapposizione con il viso nipponico sapientemente fregiato da una cicatrice: dalla base della narice destra era delineata una figura curvilinea vermiglia, la quale, giustapposta a due nei posti sotto l’occhio destro, andava a raffigurare la chiave di Fa.

Scritto e redatto da Mieletere

Il Giuoco delle parti: Robert

“Robert smettila!”

La lama premette ancora di più sul collo, madida del sudore dell’uomo.

“Non so nulla! Te lo ripeto, te lo giuro!”

Robert fece spallucce e fischiettando un improvvisato motivetto accarezzò i capelli dell’uomo con ironica tenerezza. Se ne stava legato su quella sedia di legno da un’ora, ma ancora non aveva cacciato fuori di bocca nulla di utile. Robert continuò il suo sadico accarezzare, sempre premendo di più la lama sulla carne fragile. L’uomo cominciò a singhiozzare pesantemente, piangendo un torrente di lacrime: gli cadevano giù per le guance, tumultuose, gli annebbiavano gli occhi e la mente, grondando nella camicia sudata.

“Voglio riassumerti la situazione Billy: vedi, tu hai chiesto dei soldi, un prestito no, a certe persone. Hai ricevuto i soldi, non è così? – urlò premendo la lama – Non è così?! – l’altro annuì singhiozzando – Il problema è che ora non li vuoi ridare vecchio mio. Voglio essere franco con te: detta tra noi, il tuo tempo è scaduto.”

“Ma i soldi non li ho! Cazzo Robert, ho dovuto pagare anche la quota a Don Guido o quelli mi ammazzavano!”

“Perché, pensavi che noi non lo avremmo fatto, invece? Non paragonarmi ad uno sporco mafioso, te ne prego.”

La lama insistette sulla giugulare lacerando il derma: piccole gocce di sangue zampillarono sul metallo temprato.

“Per l’amor di Dio, Robert, abbi pietà!”

“Shhhh, Billy, lascia fuori Dio da questa storia. Lascialo nel suo regno beato ad osservare tutti noi e a dividerci in Caini ed Abeli: Dio non chiede soldi a certe persone o, almeno, li restituisce in tempo. Questa è una commedia, una farsa, è teatro, non capisci? Questa è la nostra parte, recitiamola bene, è la sera della prima! Non comprendi? E’ uno spettacolo per un cielo guardone, voyeurista, e noi dobbiamo indossare i nostri abiti di scena, tutta la vita! Curioso no, questo pirandelliano gioco delle parti? Suvvia non piangere, non ti fa onore, non a te Billy. Dopotutto non piangesti quando scialacquasti i soldi nelle puttane e nel gioco, non piagnucolasti quando comprasti la tua nuova berlina o la tua casa al lago. E’ questo il problema della gente – levò il coltello e si girò a fissare il muro bianco, le mani dietro la schiena – di quelli come te, intendo. Voi vi ostinate a voler recitare in altri ruoli e fate di tutto per apparire sosia dei protagonisti, non rendendovi conto di diventare bizzarre caricature, deformi esseri corrotti.”

Seguì un silenzio denso e cupo, disturbato solo dal pianto di Billy. Il cielo tuonò, due volte, profondamente.

“Là fuori pioverà stanotte. Spero in un nuovo diluvio universale, per raschiare via tutta questa nefandezza, tutta questa merda.”

Prese il soprabito grigio, ripiegato su una sedia, e lo indossò. Si mise in tasca il coltello, lasciando l’altro impietrito, si alzò il bavero ed uscì dalla stanza. Percorrendo il corridoio che lo separava dalla porta d’ingresso si accese una sigaretta: il tabacco sfrigolò bruciando, i polmoni anneriti inspiravano avidamente quelle prime boccate di fumo.

Il tabagismo mi ucciderà, pensò, uscendo sotto i nembi neri del temporale in arrivo.

Le luci della città inquinavano l’oscurità, Robert si mise a sedere sul cofano della sua auto fissando la casa. Inarcò le sopracciglia e fissò il cielo con occhi vacui, sospirando.

A volte è dura recitare la propria parte, specie se gli altri attori non collaborano come dovrebbero: sapeva benissimo che, finita quella sigaretta rituale, si sarebbe dovuto sporcare le mani. Mentalmente pensò alle azioni che di lì a poco avrebbe dovuto compiere: per prima cosa avrebbe dovuto tagliare la gola a Billy, il che significava sporcarsi letteralmente le mani, dopodiché avrebbe dovuto cospargere il tutto di benzina e disinfettare il tutto con un fuoco purificatore. Di cercare soldi, di frugare in cassetti tra calzini e mutande non se ne parlava, quella era roba da mafiosi, o poliziotti. Il suo ordinato elenco mentale fu, però, interrotto da un pensiero improvviso e libero: la lista della spesa. Si destò dal suo pensare quando si accorse che gli ultimi tiri della sigaretta gli stavano bruciando la gola, era finita. La buttò a terra guardandola esalare gli ultimi sbuffi di morte.

Rientrò in casa, dunque: burro, latte, formaggio.

Entrò nella stanza, sapone, succo e…fragole, si, le adoro.

“Ehi Billy sai se è la stagione delle frag…” ma si interruppe, accorgendosi che l’uomo era riverso sulla sedia, il pavimento cosparso di sangue.

Stette in silenzio, sorpreso di sé stesso, non s’era nemmeno accorto, di averlo ucciso.

Yogurt, magari un formaggio italiano…

Uscì dalla villetta, le fiamme lambivano oramai il primo piano.

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Si sedette nella vettura, si lisciò i capelli e si guardò allo specchietto: cercò di levarsi con la saliva una fastidiosa macchia scarlatta dal colletto della camicia, ma si arrese sospirando. Accese l’auto, un’ultima occhiata di controllo alla casa in fiamme e poi via, fuori dalla scena, dietro le quinte.

Cala il sipario. Era la sera della prima: tutto esaurito, un successo.

 

Scritto e redatto da Dixan

Il Giuoco delle parti: John

Sovente la natura maligna stilla in alcuni cuori una consapevolezza maggiore della media.

Alcuni uomini sono così innatamente in grado di capire il pirandelliano “giuco delle parti”, riuscendo pure a servirsene. La maggior parte di tali individui è annoverabile nella categoria filosofi, ma esiste anche un gran numero di drammaturghi, artisti, musicisti e pure scrittori. Qualcun altro crede invece di aver capito il trucco, scrive una ventina di bestseller, poi la vita se lo riprende e se lo mastica per bene. Ma chi non è artista né scrittore né filosofo, ahimè, è da ricondurre alla schiera dei suicidi: si immagini un lampo di genio, una rivelazione istantanea di tutto l’universalmente conoscibile, dai satelliti di Giove ai pesci dei fondali oceanici, dal numero dei granelli di sabbia all’odore del respiro di tutti gli animali, tutto infinitamente compresso ed istantaneo. Molti, forse la maggior parte, non reggono l’urto e l’unico modo per fuggire a un tale sovraccarico è staccare la spina.

Esiste però uno sparuto gruppo di savi che rifuggono da ogni precedente classificazione: sono homeless, calzolai, vasai e perfino qualche prete.

C’è poi un tipo, unico, che vive in un ristorante in mezzo al nulla cosmico, sulla 375, in pieno deserto del Nevada.

Chi lo conosce lo chiama John, ma nessuno lo conosce quindi ha finito per scordarsi quasi il suo nome.

Capiamoci, non è che la vita gli abbia fatto chissà quali torti, anzi: nato in un famiglia agiata, cresciuto viziato e capriccioso. Poi SBAM!

Un giorno pure lui ha avuto la Rivelazione e da allora la sua vita è cambiata: ha comprato un vecchio bar di motociclisti a migliaia di chilometri da casa, l’ha ristrutturato (quel tanto che bastava a tenerlo in piedi) e si è isolato stoicamente nella desolazione di quel buco di culo del mondo.

Il Bar, l’ultimo avamposto antropico prima di migliaia di chilometri di cespugli rotolanti in mezzo alla strada vuota, è frequentato: qualche motociclista, qualche camionista, qualche narcotrafficante, ma soprattutto non manca mai la dozzina di invasati pseudo ufologi. Essendo l’ Area 51 a qualche decina di chilometri in linea d’aria da lì (se l’avesse saputo prima avrebbe comprato un cazzo di bar in Himalaya), in molti arrivano, parcheggiano e partono in mimetica con svariati (quanto inutili) aggeggi: c’è chi porta teleobbiettivi da migliaia di dollari, chi strane radio con antenne oblunghe per captare chissà quale segnale ravvicinato del quarto tipo, chi porta la Bibbia e qualche rosario da regalare a qualche extraterrestre (perché sulla Terra han già fatto pochi guai verrebbe da dire).

Questi scemi partono all’alba, risalgono i pendii della Bald Mountain e si accampano in modo da vedere la base dall’alto: lì stanno tutta notte a scrutare il cielo e le distese di asfalto e sabbia della base.

John non capisce tutto questo spreco di soldi e di tempo, ma non gliene importa nemmeno granchè.

“Johnny hai presente quel tizio con quello zaino enorme?”

Lela, abituata all’indifferenza dell’uomo, continuò: “E’ tre giorni che non lo vedo, deve essere successo qualcosa…”.

L’uomo perseverò nel suo silenzio e si mise ad asciugare i bicchieri con uno straccio bisunto.

“Dico solo, non vorrei fosse successo qualcosa, di grave”.

“Senti Lela, se vuoi rubargli la macchina fai pure, ma io non ti copro…” rispose dandole le spalle.

“Sei uno stronzo, sono una puttana non una ladra!” gridò e se ne andò in cucina sbattendo fragorosamente la porta. John allora alzò lo sguardo, guardò l’unico cliente, un camionista ciccione pelato con una svastica tatuata sul cranio, gettò lo straccio e sospirò. Non c’è Rivelazione che tenga al confronto di una donna arrabbiata. L’uomo si avviò verso la cucina con passo rassegnato, entrò, lanciò uno sguardo a Lela che stava fumando e si sedette davanti a lei sui fornelli spenti. “Senti, non volevo darti della ladra – si mise una sigaretta tra le labbra e l’accese, inspirò, tossì ed inspirò nuovamente – e poi sei la miglior puttana che conosca! Dico davvero!”. Effettivamente la donna, bella, latina e sui quaranta, esercitava il mestiere più antico del mondo, ma John non aveva mai cercato le sue attenzioni carnali, riflettendo piuttosto su un tale spreco di bellezza, condannata allo stupro e all’abbruttimento.

“Così mi fai arrossire – continuando a tenere la sigaretta tra le dita gli cinse al collo sussurrandogli all’orecchio – e tu sei il più grande stronzo che conosca Johnny!”.

Ricominciò poi con la solfa dell’uomo scomparso, insistendo sul fatto che se c’era qualcosa di grosso dietro bisognava saperlo in esclusiva. Molto probabilmente la donna era spinta sì da curiosità, ma soprattutto dal desiderio di fuggire dal camionista pelato nazista, che perseverava nelle avances sebbene il rifiuto chiaro della donna a qualsivoglia rapporto.

John si tolse il grembiule, prese le chiavi della vecchia jeep scassata e invitò il cliente ad andarsene. Lui, però non la prese bene e cominciò a sbraitare: “Dov’è quella troia! La voglio -prese la sua bottiglia di birra, la spaccò e minacciosamente si avvicinò- vai a chiamarla brutto coglione!”.

John roteò gli occhi e quasi annoiato si diresse in cucina, aprì la porta e vide Lela rannicchiata in un angolo in lacrime, terrorizzata. Provò una sorta di senso di protezione paterno nel vederla così debole: ebbe allora una di quelle sue Rivelazioni e capì la parte che doveva giocare in quel gioco.

Aprì un cassetto, estrasse qualcosa e se lo mise in tasca.

Tornato nella sala lo accolsero le ingiurie dell’energumeno che adesso era a meno di un metro da lui. Fece per tirare un sinistro a John, ma questi riuscì a schivarlo. Vibrò poi diversi colpi con la bottiglia mancando però sempre il bersaglio. Non contento si dedicò allora all’arredo del locale, rovesciando tutto ciò che trovava e lanciandolo addosso al barman.

John gli puntò la Glock addosso e  gustò l’istantaneo cambio d’espressione sul volto dell’avversario: “Il ristorante è chiuso, ringraziandola la preghiamo di andarsene, arrivederci”. Il camionista prese allora dal giubbino smanicato un coltello a serramanico e si avventò sull’altro.

Due colpi esplosero, uno si conficcò nel pavimento e l’altro mandò in frantumi una rotula, si sentì un pesante tonfo: faccia a terra il panzone ora piangeva come una femminuccia premendo la mano sul ginocchio leso.

“La gentile clientela è pregata di andarsene a fanculo: le consigliamo un buonissimo McDonald’s a 3875 Km da qui, non si preoccupi per pagare, offre la casa.”

“Io ti uccido figlio di puttana!!”

“Forse non capisci: vedi di andare al diavolo tu e i tuoi amici del KKK, esci in trenta secondi, nel lasso di tempo in cui ti concedo di non ritrovarti il culo riempito di piombo, che nemmeno la mafia italiana ha mai piombato così tanto nessuno. Mi piacciono i pezzi di merda come te, specie quando li pesto e poi mi pulisco le scarpe sul tappeto e li vedo staccarsi, secchi. Me ne fotto di te, del tuo camion di merda, dei tuoi soldi e della tue istanze sessuali represse. Ringrazio dio, o chi cazzo tu voglia, che non ti ho beccato le palle, così puoi ancora andarti a scopare i cactus. E se vuoi distruggermi il locale o la vita dovrai rimandare a più tardi, ora ho un impegno porca puttana. E Lela è una puttana, non una troia, coglione. Trenta, ventinove, ventotto…”

“Ti ammazzo!” urlò piangendo dal dolore l’altro.

“Venticinque, ventiquattro…”

L’uomo si alzò in piedi e zoppicando furiosamente guadagnò l’uscita imprecando, lasciandosi dietro una traccia scarlatta di sangue. John si acquietò e andò a prendere la donna in cucina: stava ancora a terra singhiozzante con le mani premute sulle orecchie, la raccolse, l’abbracciò, delicatamente le pulí il trucco colatole sulle guance e le baciò la fronte.

Salirono sulla jeep, il motore si accese borbottante sollevando una nuvola di sabbia, ma appena percorsi pochi metri John fermò il veicolo e scese.

“Ho dimenticato una cosa – appese il cartello “Closed” alla porta di legno – fatto!” e soddisfatto ritornò sul mezzo.

La jeep viaggiava, le sospensioni cigolanti e l’aggressivo rombo del motore, per la strada sterrata, il disco solare all’orizzonte stava tramontando.

“E se l’avessero rapito gli alieni o il governo?” teorizzò Lela eccitata.

John non rispose, i bruni occhi vacui fissi sulla strada deserta, le prime stelle facevano capolino, cuciture visibili sulla coperta della notte.

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Scritto e redatto da Dixan

Il Patto

Sergio Corona.

Corona Sergio.

Nato in miseria, in un paesino provincialissimo della campagna mantovana.

Cresciuto peggio: il padre morto giovane, la madre alcolizzata e risposata con Ettore, il patrigno violento e 3 fratellastri che si spartivano il poco amore della madre.

Fin da piccolo gli hanno dato del deficiente, del cretino, del rimbambito. ‘Sto povero figliolo, a forza di sentirselo dire finì per diventarlo. Fin quando un giorno il destino non è che gli sorrise, ma almeno smise di tormentarlo: una sera d’ottobre, mentre guardava la televisione, Ettore cominciò ad urlare. Tutti corsero in salotto preoccupati, ma l’uomo ora si buttava di qua e di là strappandosi i capelli e gridando ingiurie che è meglio non ripetere. Ad un tratto collassò di schianto a terra e il silenzio tornò nella casa: infarto fulminante.

Quel che ne seguì furono sgomento, disperazione e singhiozzi, ma qualcuno pure assestò a Sergio una di quelle sberle il cui ricordo non può sbiadirsi nemmeno in tre vite. La sua colpa: sempre la stessa, essere nato.

Seguirono anni difficili per la famiglia e Sergio fu mandato a casa di una sua zia lontana.

Unici amici erano la sua ombra e il bastardino spelacchiato di zia Elsa: il cane sembrava vivere una nuova giovinezza da quando il ragazzo abitava lì, ma lo stesso non si poteva dire per la zia novantaseienne, che ad ogni passo pareva stesse per entrare nella fossa con le proprie gambe, un cadavere ambulante con il seno cadente e un volgare e perpetuo rossetto rosso a dipingerle il viso funereo.

Non crebbe sano e forte, tantomeno bello: le minestrine della zia arrivavano a malapena a permettergli di espletare le funzioni vitali minime.

Una sera allora Sergio tentò di cucinare del pollo al forno, seguendo la ricetta che passava il programma televisivo. Il ragazzo quasi si emozionò vedendo uscire dal forno quello che pareva essere del cibo vero, ma non fu l’unico. Il cane corse in cucina abbaiando attirato dal profumino di quell’inaspettato ben di dio culinario: non fece in tempo a fermarsi e si schiantò dentro al forno. La povera bestia morì all’istante incenerita. La vecchia arrivò anch’ella in cucina e vedendo il canide abbrustolito schiattò pure lei.

La situazione si fece surreale: Sergio mangiava il pollo, la donna morta giaceva scompostamente sul pavimento, dal forno proveniva un intenso odore di peli bruciati e carne affumicata.

Suonarono alla porta. Sergio si pulì con calma gli angoli della bocca con il tovagliolo di lino, si alzò e andò ad aprire.

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Era un uomo in giacca e soprabito nero, i capelli corvini pettinati all’indietro, una ventiquattrore di pelle nera nella sinistra e l’ombrello per ripararsi dall’acquazzone nella destra.

“Posso esserle utile?”

“Si, sono venuto per Elsa, mi fa entrare?”

Il ragazzo provò a fermarlo, ma l’uomo lo scostò spazientito, gettò l’ombrello a terra e si avvicinò al cadavere. Aprì la valigetta da cui estrasse un paio di guanti e una sega da chirurgo.

Sergio dapprima rimase basito poi, abituato agli stravaganti personaggi che frequentavano quella casa, senza preoccupazione alcuna si risedette a tavola e continuò la cena, dando le spalle a ciò che stava accadendo a qualche metro da lui.

Quando ebbe finito si voltò e vide il pavimento coperto di sangue ed interiora, l’uomo allora si girò: “Ho finito, grazie. Avresti del pollo anche per me? Sai oggi mi è toccato fare gli extra a causa di una rivoluzione in Sudamerica e ho saltato pure la pausa pranzo…”.

“Mi spiace l’ho finito, ma la sua giacca…è pulita!”

“Anni di esperienza mio caro!” rispose distintamente il signore mentre apriva il forno. Lo richiuse subito, nauseato dalla visione di ciò che restava del mammifero.

“Comunque ora devo andare, spero di rivederti”

“Un attimo, lei chi è?”

“Sarò breve, sono un creditore di questa donna, ho ripreso una cosa che mi apparteneva.”

“Lei è un ladro quindi?”

“Ah no, questo è contro la mia etica, io stipulo regolari contratti! Non mi si venga ad accusare di ladreria!”

“Era un amico di mia zia allora?”

Appena sentì che il ragazzo che aveva di fronte era nipote della donna, all’uomo brillarono gli occhi e subito i suoi modi si fecero più gentili e meno sbrigativi.

“Ragazzo mio, ora che ci penso potresti ricevere una bella eredità da tua zia, sono disposto a fare un patto: chiedimi quello che vuoi, io te lo darò e tu mi pagherai tra qualche decina d’anni, ci stai?”

Sergio si fece dubbioso: “Uhmmm, qualsiasi cosa hai detto?”

“Hai la mia onestissima parola!”

“Rivoglio il mio bastardino”

“Quello in forno?”

“Sì, proprio quello, uguale!”

L’uomo ci pensò su, si fece serio e qualche attimo dopo cominciò ad intonare una cantilena in una lingua sconosciuta: le luci della casa si spensero, le finestre si aprirono facendo entrare la pioggia scrosciante, le ante delle credenze cominciarono a sbattere violentemente e il mondo intero pareva sull’orlo di una cazzo di crisi di nervi di proporzioni bibliche.

Poi tutto si calmò, l’uomo esausto si sedette su una sedia e dalla cucina si sentì abbaiare.

Il bastardino corse incontro a Sergio scodinzolando: certo era senza pelo e sul suo corpo c’era una crosticina croccante di carne arrostita, ma era vivo in fin dei conti.

Sergio fu preso da una contentezza enorme ed abbracciò l’uomo che nel frattempo si stava avvicinando alla porta. Il cane, contento di essere tornato tra i viventi, festeggiava la sua resurrezione pasteggiando con le interiora della sua vecchia padrona. Sergio commosso ringraziò l’uomo che stoicamente, però, si divincolò ed uscì sotto la pioggia, scordandosi pure l’ombrello.

Corse per qualche metro, non badando al ragazzo che lo chiamava, fino a quando la casa fu lontana.

Il Diavolo ricacciò indietro le lacrime e con il magone si incamminò lungo la strada vuota. Nessuno l’aveva mai abbracciato prima di allora.

 

 

Scritto e redatto da Dixan

Osvaldo #2: Morire due volte

12 Dicembre 2013

Sono morto. Ora, nell’immediato, ma ciò non toglie che potrei essere di nuovo vivo in qualità di Osvaldo.

Tuttavia ora sono morto e non posso far altro che scivolare in quel buco nero che mi si sta aprendo sotto ai piedi. Ecco, ora sto venendo spaghettificato all’infinito e sarò condannato alla disgregazione: i miei atomi finiranno per formare qualche altra cosa non ben definita nell’universo, spero non gli escrementi di un piccione.

Ecco, la Fine. E’ quasi un momento poetico!

-3

-2

-1

Ok, sono vivo. Anzi, sono morto, ma non sono annichilito per sempre almeno.

Davanti a me una rampa di scale monumentale: scalini grandi e di marmo nero, sembra non esserci nessuno.

Scendo i piani dell’Inferno uno per volta, facendo bene attenzione a dove metto i piedi. A quota -14 comincio a sentire un acre odore, una puzza primordiale di pubi adolescenziali, denti guasti e natiche unte.

A -15 mi pare di sentire delle flatulenze.

A -16 l’olezzo di merda è chiaramente tangibile, problemi alle fogne penso.

A -17 prendo una deviazione: per problemi tecnici le scale fino a -20 sono temporaneamente inaccessibili. Verrò poi a scoprire che un povero dannato, stanco di sorbirsi peti in faccia tutto il dì (nei secoli dei secoli amen), aveva avuto la malsana idea di tentare la fuga. Risultato: ciò che resta di lui ora è sparso, letteralmente, lungo tre piani di scale.

Continuo la mia dantesca discesa. Seguo una freccia e passando tra una pozza di pece e gli uffici marketing (a proposito, mi hanno suggerito di provare a mandare il curriculum) mi ritrovo dinnanzi alla porta del piano -20. Il numero spicca nello sfondo nero, illuminato da una cornice al neon rosa. Da dietro il pesante serramento di ferro, anch’esso dipinto di rosa pastello, provengono gemiti, gridolini e risatine. Vado avanti, un diavolo paffuto, seduto su un divano a molle squarciato, vedendomi sputa fuori tutto il caffè che stava bevendo. Alzo la mano e saluto quello che mi sembra Giuliano Ferrara con la coda e le corna. Mi scruta minuziosamente strabuzzando gli occhi verdi poi mi fa segno di andare.

Scendo un’altra rampa di scale, ma sono costretto a farmi da parte al passaggio veloce di una pattuglia di demoni-contrappasso che, muniti di apposite vagine dentate, veloci si dirigono al -20, il reparto sodomiti.

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Dopo un tempo infinito, di qualche anno o di qualche secondo, arrivo al -25, l’entrata del palazzo luciferino.

Oggi mi dicono ci sia molta fila: qualche veggente in viaggio spirituale; due anziani rincitrulliti che hanno smarrito il loro piano; due dittatori di non-so-bene-quale-repubblica-delle-banane, che parlottano sul tempo che non passa mai (uno aveva un simpatico volto familiare); una rockstar che pretende delle groupies più acculturate; otto fanatici religiosi che pretendevano la salvezza; un pullman di vergini che ha sbagliato strada e nelle sfiga ha pure bucato; quattordici venditori abusivi di indulgenze; ventisette radicali italiani in sciopero della fame per non-so-bene-cosa; un santone indiano con annesso letto di chiodi e kobra; una delegazione sindacale vociante; qualche coppia pomiciante; un cantante di karaoke strafatto di colla; un giapponese nudo visibilmente indignato, con un dildo verde fluo nel retto; tredici musulmani che dibattono circa l’orientamento verso La Mecca dei loro tappeti; Jim Morrison che tira di naso in un angolo del grande salone; nonché diciassette mafiosi di Caltanissetta con tutù rosa e occhiali scuri, pure loro visibilmente indignati.

Prendo il mio numero e mentre aspetto i quattromilasettantadue numeri prima (la burocrazia è tutta italiana pure quaggiù) mi dedico all’esplorazione dell’ambiente. Cerco di approcciarmi a Jim Morrison, ma desisto dopo che alzatosi in piedi comincia a cantare uno jodel. Fa niente. L’interno è di uno splendente marmo bianco di Carrara, su piedistalli di alabastro sono posti diversi busti d’oro dei dannati celebri: il kaiser Guglielmo II, Hitler, Giolitti, Giulio Cesare, Hegel, quell’evergreen di Attila, Oscar Wilde, Pinochet, la regina Vittoria, svariati papi e porporati e altri scrittori decadentisti, nonché il mio prof di religione del liceo.

Dopo svariato tempo infinito la voce metallica dello speaker chiama il mio numero.

“Carta di identità, codice fiscale, eventualità da dichiarare”

“Osvaldo Canederli, no guardi ci deve essere un errore, io non dovrei essere qui!”

“Sportello reclami, in fondo a destra, su per otto scalini, poi a destra per 15 metri e di nuovo a destra”

Mesto mi avvio verso questo nuovo sportello, mi metto in coda, aspetto infinitamente, mi chiamano, fornisco le mie generalità e spiego la mia situazione.

“Vede mr. Canederli, lei ha ragione: lei non è segnato su nessuna lista qui nell’aldilà. Mi spiego, lei non dovrebbe essere morto.”

“Eppure lo sono, come la mettiamo?”

La bella impiegatina visibilmente imbarazzata continua a digitare qualcosa al pc, ma il responso continua ad essere negativo. Si alza e va a chiamare il suo superiore, un tedesco dalle ascelle sudate che ci capisce anche di meno e se ne va urlando: “Nein, nein, nein, nein!”.

Aspetto pazientemente, guardando fuori da una finestra: un immenso e ribollente mare di lava, si può vedere qualche surfista e pure qualche coppietta appartata in intime effusioni su un pedalò. Finalmente arriva qualcuno: un diavolo assonnato in pantaloncini color kaki e camicia hawaiana mi scruta dall’alto al basso, mi da un pass vip e a calci in culo mi ritrovo nel salone principale. Jim Morrison è scomparso, peccato, avrei voluto salutarlo e provare un po’ della sua roba.

Morale della favola: Jim è riuscito a morire una seconda volta nei bagni del palazzo, i mafiosi sono stati accontentati e al posto di un tutù ora si ritrovano dalla vita in giù nel cemento, le vergini sono state rispedite in paradiso a bordo di un camion guidato da un tipo senza una gamba, che ogni tanto non ci azzeccava con il pedale, grattando inesorabilmente la frizione. Io son finito in cabina con questo personaggio e a metà strada mi son ritrovato abbandonato in mezzo al nulla cosmico, solo nebbia e odore di grigliata, o di carne infernale arrostita forse.

In alto noto una luce fioca che man mano diventa più intensa, espandendosi.

Vengo risucchiato e mi ritrovo vivo.

Piccolo problema, un errore di natura tipicamente burocratica: oggi è il 12 Dicembre 3013, la Terra non esiste, mi ritrovo in mezzo allo spazio e l’odore di barbecue proviene dalle mie chiappe che si stanno arroventando: sto galleggiando a trentamila chilometri sopra la superficie solare.

Mi sa che oggi dovrò morire due volte.

Che palle.

 

Scritto e redatto da Dixan

Osvaldo #1

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Osvaldo abitava in una bella casa di periferia disposta su due livelli: due rampe di scale, due caminetti, due canarini decrepiti in una gabbia, verniciata un tempo e scrostata ora, di colore bianco, due camere matrimoniali (quando per un’anima sola occorrerebbe invece solamente un divano) e due bagni, che raddoppiavano gli istinti masturbatori.

Osvaldo aveva tanti, svariati (o avariati) amici oltre ai succitati pennuti decrepiti: Galimberti Giovanni, l’amico intimo (nel senso che fin dall’asilo Giovanni è sempre rimasto in mutande, vuoi perché si sporcava, si cagava addosso, vuoi perché veniva picchiato e si strappavano i pantaloni); Manfredi Luca detto Ciccio e Corona Sergio, colui che riuscì a vendere gli organi di sua nonna appena defunta.

E’ interessante fermarsi su quest ultimo fatto: dovete sapere che Sergio, Ciccio, capitan Mutanda (alias mr. Galimberti) e Osvaldo misero in atto un piano tanto criminale nelle intenzioni, quanto idiota nei fatti.

La signora artura, pace all’anima sua, era appena stata tumulata nel locale cimitero il pomeriggio. Si decise di agire di notte: si sarebbe scavalcato il cancello, disseppellita la salma, presi gli organi e poi spartiti i guadagni.

“Ma non si offenderà?” chiedeva Ciccio addentando un bombolone caldo.

“La vecchia mi dava sempre mance, questa è una sorta di…mancia autogestita!” rispose Sergio, armeggiando con il bottone di accensione di una torcia elettrica.

Osvaldo espresse dei dubbi circa lo stato di conservazione degli organi dopo una settimana ma fu zittito all’unanimità: “Ma sei un dottore forse? Che cazzo vuoi saperne se manco hai visto una volta CSI!” e ancora “Disfattista! Coglione!”. Fu così che Osvaldo fu convinto delle ottime possibilità di riuscita dell’opera. A mezzanotte uscirono dal veicolo, appartato non molto distante dal cimitero. Inutile dire che l’aria fredda della nebbiosa notte novembrina aveva gelato loro oltre che il sangue pure i testicoli.

“Ottimo questo freddo, si conservano meglio!” ribadì Sergio mentre stoicamente stava ritto, i pugni sui fianchi, una sorta di Mussolini in t-shirt, ugualmente coglione. La criminosa spedizione si avvicinò con tutto l’armamentario al cancello del camposanto. Uno ad uno lo scavalcarono: Giovanni sbagliò ad appoggiare un piede, rimase impigliato con i pantaloni ad una punta metallica ornamentale, questi si lacerarono e lui cadde rovinosamente a terra, rimanendo in mutande. Risero per un buon quarto d’ora così fragorosamente da risvegliare i morti, fin quando Sergio, autoproclamatosi leader maximo di quella incerta Banda Bassotti provinciale, non richiamò le truppe all’ordine. Guidati dalla torcia girovagavano in fila indiana per il cimitero, alla ricerca della tomba prefissata. La trovarono: una ghirlanda di fiori ingombrante, qualche rosario di plastica fosforescente e altre tanatocazzate. Cominciarono a scavare il gelido terreno come pirati che han trovato la X del tesoro. Qualche metro cubo di terra dopo trovarono la bara.

Sergio spostò gli altri e si approcciò con fare improbabile da ladro anni ’30 al coperchio della bara, munito di piede di porco in acciaio anodizzato. Niente da fare: non voleva saperne di aprirsi quel sarcofago del cazzo. L’ide brillante venne allora al nostro Osvaldo: si prendeva una corda, un capo lo si sarebbe legato al bordo del coperchio e l’altro all’autovettura, la macchina avrebbe accelerato e gli altri tre avrebbero tenuto saldamente la bara per i manici cosicché si sarebbe stappata, nelle loro previsioni, come una bottiglia di spumante.

La realtà si discostò alquanto da tale idilliaca visione: quando la macchina guidata da Ciccio accelerò, la bara fu sbalzata bruscamente dalla propria buca. Ciò che ne seguì fu degnamente ricordato come l’atto sacrilego più grave in un cimitero italiano: la barà attraversò diagonalmente il campo e nel suo pazzo zigzagare distrusse ventisette lapidi, quattordici statue di angioletti, otto lumini di vetro, il tutto trascinandosi dietro quei tre sacchi di merda. Ciccio nel mentre, sentendo la corda in tensione, premé ancora di più sul pedale: bara e coglioni sfondarono così il barocco cancello di ferro, arrestando la loro corsa contro un cipresso.

Dopo essersi risollevati ed aver controllato i danni, si accorsero che nel funambolico tragitto si era squarciato un lato della cassa: i resti della vecchietta erano sparpagliati come un traccia di briciole lungo tutto il percorso. Rimediarono comunque un rene e mezzo e un polmone più o meno intero, niente da fare invece per il fegato, ormai buono solo per farci un paté. Non si persero comunque d’animo ed imbustarono i loro tesori, per poi riporli nel frigobar in auto.

Fu mentre brindavano con una fresca birra a suon di pacche sulle spalle che Osvaldo avanzò un dubbio.

“Ma era la tomba giusta?”.

“Ma sì, non dire cazzate!”.

Osvaldo indicò allora uno strana protuberanza sotto la vita del cadavere: “Perché tua nonna aveva un pene?”.

“Oh Merda!”. 

Scritto e redatto da Dixan