Il Giuoco delle parti: John

Sovente la natura maligna stilla in alcuni cuori una consapevolezza maggiore della media.

Alcuni uomini sono così innatamente in grado di capire il pirandelliano “giuco delle parti”, riuscendo pure a servirsene. La maggior parte di tali individui è annoverabile nella categoria filosofi, ma esiste anche un gran numero di drammaturghi, artisti, musicisti e pure scrittori. Qualcun altro crede invece di aver capito il trucco, scrive una ventina di bestseller, poi la vita se lo riprende e se lo mastica per bene. Ma chi non è artista né scrittore né filosofo, ahimè, è da ricondurre alla schiera dei suicidi: si immagini un lampo di genio, una rivelazione istantanea di tutto l’universalmente conoscibile, dai satelliti di Giove ai pesci dei fondali oceanici, dal numero dei granelli di sabbia all’odore del respiro di tutti gli animali, tutto infinitamente compresso ed istantaneo. Molti, forse la maggior parte, non reggono l’urto e l’unico modo per fuggire a un tale sovraccarico è staccare la spina.

Esiste però uno sparuto gruppo di savi che rifuggono da ogni precedente classificazione: sono homeless, calzolai, vasai e perfino qualche prete.

C’è poi un tipo, unico, che vive in un ristorante in mezzo al nulla cosmico, sulla 375, in pieno deserto del Nevada.

Chi lo conosce lo chiama John, ma nessuno lo conosce quindi ha finito per scordarsi quasi il suo nome.

Capiamoci, non è che la vita gli abbia fatto chissà quali torti, anzi: nato in un famiglia agiata, cresciuto viziato e capriccioso. Poi SBAM!

Un giorno pure lui ha avuto la Rivelazione e da allora la sua vita è cambiata: ha comprato un vecchio bar di motociclisti a migliaia di chilometri da casa, l’ha ristrutturato (quel tanto che bastava a tenerlo in piedi) e si è isolato stoicamente nella desolazione di quel buco di culo del mondo.

Il Bar, l’ultimo avamposto antropico prima di migliaia di chilometri di cespugli rotolanti in mezzo alla strada vuota, è frequentato: qualche motociclista, qualche camionista, qualche narcotrafficante, ma soprattutto non manca mai la dozzina di invasati pseudo ufologi. Essendo l’ Area 51 a qualche decina di chilometri in linea d’aria da lì (se l’avesse saputo prima avrebbe comprato un cazzo di bar in Himalaya), in molti arrivano, parcheggiano e partono in mimetica con svariati (quanto inutili) aggeggi: c’è chi porta teleobbiettivi da migliaia di dollari, chi strane radio con antenne oblunghe per captare chissà quale segnale ravvicinato del quarto tipo, chi porta la Bibbia e qualche rosario da regalare a qualche extraterrestre (perché sulla Terra han già fatto pochi guai verrebbe da dire).

Questi scemi partono all’alba, risalgono i pendii della Bald Mountain e si accampano in modo da vedere la base dall’alto: lì stanno tutta notte a scrutare il cielo e le distese di asfalto e sabbia della base.

John non capisce tutto questo spreco di soldi e di tempo, ma non gliene importa nemmeno granchè.

“Johnny hai presente quel tizio con quello zaino enorme?”

Lela, abituata all’indifferenza dell’uomo, continuò: “E’ tre giorni che non lo vedo, deve essere successo qualcosa…”.

L’uomo perseverò nel suo silenzio e si mise ad asciugare i bicchieri con uno straccio bisunto.

“Dico solo, non vorrei fosse successo qualcosa, di grave”.

“Senti Lela, se vuoi rubargli la macchina fai pure, ma io non ti copro…” rispose dandole le spalle.

“Sei uno stronzo, sono una puttana non una ladra!” gridò e se ne andò in cucina sbattendo fragorosamente la porta. John allora alzò lo sguardo, guardò l’unico cliente, un camionista ciccione pelato con una svastica tatuata sul cranio, gettò lo straccio e sospirò. Non c’è Rivelazione che tenga al confronto di una donna arrabbiata. L’uomo si avviò verso la cucina con passo rassegnato, entrò, lanciò uno sguardo a Lela che stava fumando e si sedette davanti a lei sui fornelli spenti. “Senti, non volevo darti della ladra – si mise una sigaretta tra le labbra e l’accese, inspirò, tossì ed inspirò nuovamente – e poi sei la miglior puttana che conosca! Dico davvero!”. Effettivamente la donna, bella, latina e sui quaranta, esercitava il mestiere più antico del mondo, ma John non aveva mai cercato le sue attenzioni carnali, riflettendo piuttosto su un tale spreco di bellezza, condannata allo stupro e all’abbruttimento.

“Così mi fai arrossire – continuando a tenere la sigaretta tra le dita gli cinse al collo sussurrandogli all’orecchio – e tu sei il più grande stronzo che conosca Johnny!”.

Ricominciò poi con la solfa dell’uomo scomparso, insistendo sul fatto che se c’era qualcosa di grosso dietro bisognava saperlo in esclusiva. Molto probabilmente la donna era spinta sì da curiosità, ma soprattutto dal desiderio di fuggire dal camionista pelato nazista, che perseverava nelle avances sebbene il rifiuto chiaro della donna a qualsivoglia rapporto.

John si tolse il grembiule, prese le chiavi della vecchia jeep scassata e invitò il cliente ad andarsene. Lui, però non la prese bene e cominciò a sbraitare: “Dov’è quella troia! La voglio -prese la sua bottiglia di birra, la spaccò e minacciosamente si avvicinò- vai a chiamarla brutto coglione!”.

John roteò gli occhi e quasi annoiato si diresse in cucina, aprì la porta e vide Lela rannicchiata in un angolo in lacrime, terrorizzata. Provò una sorta di senso di protezione paterno nel vederla così debole: ebbe allora una di quelle sue Rivelazioni e capì la parte che doveva giocare in quel gioco.

Aprì un cassetto, estrasse qualcosa e se lo mise in tasca.

Tornato nella sala lo accolsero le ingiurie dell’energumeno che adesso era a meno di un metro da lui. Fece per tirare un sinistro a John, ma questi riuscì a schivarlo. Vibrò poi diversi colpi con la bottiglia mancando però sempre il bersaglio. Non contento si dedicò allora all’arredo del locale, rovesciando tutto ciò che trovava e lanciandolo addosso al barman.

John gli puntò la Glock addosso e  gustò l’istantaneo cambio d’espressione sul volto dell’avversario: “Il ristorante è chiuso, ringraziandola la preghiamo di andarsene, arrivederci”. Il camionista prese allora dal giubbino smanicato un coltello a serramanico e si avventò sull’altro.

Due colpi esplosero, uno si conficcò nel pavimento e l’altro mandò in frantumi una rotula, si sentì un pesante tonfo: faccia a terra il panzone ora piangeva come una femminuccia premendo la mano sul ginocchio leso.

“La gentile clientela è pregata di andarsene a fanculo: le consigliamo un buonissimo McDonald’s a 3875 Km da qui, non si preoccupi per pagare, offre la casa.”

“Io ti uccido figlio di puttana!!”

“Forse non capisci: vedi di andare al diavolo tu e i tuoi amici del KKK, esci in trenta secondi, nel lasso di tempo in cui ti concedo di non ritrovarti il culo riempito di piombo, che nemmeno la mafia italiana ha mai piombato così tanto nessuno. Mi piacciono i pezzi di merda come te, specie quando li pesto e poi mi pulisco le scarpe sul tappeto e li vedo staccarsi, secchi. Me ne fotto di te, del tuo camion di merda, dei tuoi soldi e della tue istanze sessuali represse. Ringrazio dio, o chi cazzo tu voglia, che non ti ho beccato le palle, così puoi ancora andarti a scopare i cactus. E se vuoi distruggermi il locale o la vita dovrai rimandare a più tardi, ora ho un impegno porca puttana. E Lela è una puttana, non una troia, coglione. Trenta, ventinove, ventotto…”

“Ti ammazzo!” urlò piangendo dal dolore l’altro.

“Venticinque, ventiquattro…”

L’uomo si alzò in piedi e zoppicando furiosamente guadagnò l’uscita imprecando, lasciandosi dietro una traccia scarlatta di sangue. John si acquietò e andò a prendere la donna in cucina: stava ancora a terra singhiozzante con le mani premute sulle orecchie, la raccolse, l’abbracciò, delicatamente le pulí il trucco colatole sulle guance e le baciò la fronte.

Salirono sulla jeep, il motore si accese borbottante sollevando una nuvola di sabbia, ma appena percorsi pochi metri John fermò il veicolo e scese.

“Ho dimenticato una cosa – appese il cartello “Closed” alla porta di legno – fatto!” e soddisfatto ritornò sul mezzo.

La jeep viaggiava, le sospensioni cigolanti e l’aggressivo rombo del motore, per la strada sterrata, il disco solare all’orizzonte stava tramontando.

“E se l’avessero rapito gli alieni o il governo?” teorizzò Lela eccitata.

John non rispose, i bruni occhi vacui fissi sulla strada deserta, le prime stelle facevano capolino, cuciture visibili sulla coperta della notte.

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Scritto e redatto da Dixan

Oltre il Muro #7

 

Spilled-Coffee

“Come hai risolto?”

“Nulla da risolvere vi è mai stato, cara Debora.”

“Nulla?” Ribatté con forza. “Perché fingi di sbattertene di tutto?”

“La mia vita è un immenso  teatro sorretto dalle più effimere fondamenta: presto la scena conoscerà un termine, il canovaccio mucido è giunto alle ultime battute.”

Ella tacque e disperse lo sguardo sul tavolo in legno massello ond’il volto pietrificò. Il giovane fece perdurare la propria attenzione per gli occhi castani della ragazza, la quale si alzò inopinatamente per abbracciarlo mentr’egli, tuttora seduto, la accolse sulle ginocchia spigolose. Il caffè divenne protagonista di un’allucinazione: i clienti si dissolsero e parimenti fecero le luci del locale, fatta eccezione per i due che rimasero lumeggiati in quella posa, in tal modo confidenziale.

Sulla via del ritorno camminarono taciti, fintantoché la ragazza fece breccia nel silenzio:

“Beh, spero proprio di farci qualche comparsa, se il regista è d’accordo.”

Rispose per mezzo di un sorriso fugace, ed ella contraccambiò dipingendo il proprio volto di un’allegria dolcemente puerile. Giunsero al mansardato, mentre lei in precedenza colse una calla per il vialetto. Debora  insinuò il fiore aulente tra le chiavi d’accordatura della chitarra diruta in libreria, nel mentre il galantuomo incedette verso la cucina e si accinse a preparare un caffè . La gaia giovane s’adagiò sull’alcova e dopo alcuni minuti percepì un silenzio assordante, s’alzò e si diresse verso il giovane. Stava granitico in posizione eretta, con lo sguardo vacuo  e la caffettiera tra le mani, il caffè era oramai mesciuto sul pavimento ad assi di larice. Debora lo avvinse caldamente, ma fu respinta dopo qualche istante e con un gesto brusco il ragazzo scaraventò la moka contro il muro mattonato bianco ed esclamò:

Doveva esserci una porta lì nel muro, quando sono entrato!

Diede alcuni segnali di acquietamento che permisero alla fanciulla di avvicinarsi nuovamente. Laddove  il colorito del giovane andò oltre il pallore abituale, ella lo sedette sul canapè in pelle bianco  e disertò l’abitazione senza pronunciare parola alcuna.

La brezza irrompente dalla porta-finestra socchiusa penetrava egli le ossa anestetizzate, la bevanda bruna  oramai affreddata giaceva al suolo priva dell’usitata vivacità, le ore scorrevano come corsieri al traguardo, e il bardo metropolitano, resosi conto della situazione, precipitò vertiginosamente in uno stato di confortevole insensibilità.

Scritto e redatto da Mieletere

Il Patto

Sergio Corona.

Corona Sergio.

Nato in miseria, in un paesino provincialissimo della campagna mantovana.

Cresciuto peggio: il padre morto giovane, la madre alcolizzata e risposata con Ettore, il patrigno violento e 3 fratellastri che si spartivano il poco amore della madre.

Fin da piccolo gli hanno dato del deficiente, del cretino, del rimbambito. ‘Sto povero figliolo, a forza di sentirselo dire finì per diventarlo. Fin quando un giorno il destino non è che gli sorrise, ma almeno smise di tormentarlo: una sera d’ottobre, mentre guardava la televisione, Ettore cominciò ad urlare. Tutti corsero in salotto preoccupati, ma l’uomo ora si buttava di qua e di là strappandosi i capelli e gridando ingiurie che è meglio non ripetere. Ad un tratto collassò di schianto a terra e il silenzio tornò nella casa: infarto fulminante.

Quel che ne seguì furono sgomento, disperazione e singhiozzi, ma qualcuno pure assestò a Sergio una di quelle sberle il cui ricordo non può sbiadirsi nemmeno in tre vite. La sua colpa: sempre la stessa, essere nato.

Seguirono anni difficili per la famiglia e Sergio fu mandato a casa di una sua zia lontana.

Unici amici erano la sua ombra e il bastardino spelacchiato di zia Elsa: il cane sembrava vivere una nuova giovinezza da quando il ragazzo abitava lì, ma lo stesso non si poteva dire per la zia novantaseienne, che ad ogni passo pareva stesse per entrare nella fossa con le proprie gambe, un cadavere ambulante con il seno cadente e un volgare e perpetuo rossetto rosso a dipingerle il viso funereo.

Non crebbe sano e forte, tantomeno bello: le minestrine della zia arrivavano a malapena a permettergli di espletare le funzioni vitali minime.

Una sera allora Sergio tentò di cucinare del pollo al forno, seguendo la ricetta che passava il programma televisivo. Il ragazzo quasi si emozionò vedendo uscire dal forno quello che pareva essere del cibo vero, ma non fu l’unico. Il cane corse in cucina abbaiando attirato dal profumino di quell’inaspettato ben di dio culinario: non fece in tempo a fermarsi e si schiantò dentro al forno. La povera bestia morì all’istante incenerita. La vecchia arrivò anch’ella in cucina e vedendo il canide abbrustolito schiattò pure lei.

La situazione si fece surreale: Sergio mangiava il pollo, la donna morta giaceva scompostamente sul pavimento, dal forno proveniva un intenso odore di peli bruciati e carne affumicata.

Suonarono alla porta. Sergio si pulì con calma gli angoli della bocca con il tovagliolo di lino, si alzò e andò ad aprire.

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Era un uomo in giacca e soprabito nero, i capelli corvini pettinati all’indietro, una ventiquattrore di pelle nera nella sinistra e l’ombrello per ripararsi dall’acquazzone nella destra.

“Posso esserle utile?”

“Si, sono venuto per Elsa, mi fa entrare?”

Il ragazzo provò a fermarlo, ma l’uomo lo scostò spazientito, gettò l’ombrello a terra e si avvicinò al cadavere. Aprì la valigetta da cui estrasse un paio di guanti e una sega da chirurgo.

Sergio dapprima rimase basito poi, abituato agli stravaganti personaggi che frequentavano quella casa, senza preoccupazione alcuna si risedette a tavola e continuò la cena, dando le spalle a ciò che stava accadendo a qualche metro da lui.

Quando ebbe finito si voltò e vide il pavimento coperto di sangue ed interiora, l’uomo allora si girò: “Ho finito, grazie. Avresti del pollo anche per me? Sai oggi mi è toccato fare gli extra a causa di una rivoluzione in Sudamerica e ho saltato pure la pausa pranzo…”.

“Mi spiace l’ho finito, ma la sua giacca…è pulita!”

“Anni di esperienza mio caro!” rispose distintamente il signore mentre apriva il forno. Lo richiuse subito, nauseato dalla visione di ciò che restava del mammifero.

“Comunque ora devo andare, spero di rivederti”

“Un attimo, lei chi è?”

“Sarò breve, sono un creditore di questa donna, ho ripreso una cosa che mi apparteneva.”

“Lei è un ladro quindi?”

“Ah no, questo è contro la mia etica, io stipulo regolari contratti! Non mi si venga ad accusare di ladreria!”

“Era un amico di mia zia allora?”

Appena sentì che il ragazzo che aveva di fronte era nipote della donna, all’uomo brillarono gli occhi e subito i suoi modi si fecero più gentili e meno sbrigativi.

“Ragazzo mio, ora che ci penso potresti ricevere una bella eredità da tua zia, sono disposto a fare un patto: chiedimi quello che vuoi, io te lo darò e tu mi pagherai tra qualche decina d’anni, ci stai?”

Sergio si fece dubbioso: “Uhmmm, qualsiasi cosa hai detto?”

“Hai la mia onestissima parola!”

“Rivoglio il mio bastardino”

“Quello in forno?”

“Sì, proprio quello, uguale!”

L’uomo ci pensò su, si fece serio e qualche attimo dopo cominciò ad intonare una cantilena in una lingua sconosciuta: le luci della casa si spensero, le finestre si aprirono facendo entrare la pioggia scrosciante, le ante delle credenze cominciarono a sbattere violentemente e il mondo intero pareva sull’orlo di una cazzo di crisi di nervi di proporzioni bibliche.

Poi tutto si calmò, l’uomo esausto si sedette su una sedia e dalla cucina si sentì abbaiare.

Il bastardino corse incontro a Sergio scodinzolando: certo era senza pelo e sul suo corpo c’era una crosticina croccante di carne arrostita, ma era vivo in fin dei conti.

Sergio fu preso da una contentezza enorme ed abbracciò l’uomo che nel frattempo si stava avvicinando alla porta. Il cane, contento di essere tornato tra i viventi, festeggiava la sua resurrezione pasteggiando con le interiora della sua vecchia padrona. Sergio commosso ringraziò l’uomo che stoicamente, però, si divincolò ed uscì sotto la pioggia, scordandosi pure l’ombrello.

Corse per qualche metro, non badando al ragazzo che lo chiamava, fino a quando la casa fu lontana.

Il Diavolo ricacciò indietro le lacrime e con il magone si incamminò lungo la strada vuota. Nessuno l’aveva mai abbracciato prima di allora.

 

 

Scritto e redatto da Dixan

Demenza Emozionale #6

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“Il giorno mi spaventa, sai?”

“Ci metto la mano sul fuoco Gerard, sei lì che strimpelli il tuo basso, senza un senso.”

“Tu comprendi cara, tu Mi comprendi.”

“Finiscila, sei ubriaco o sbiadito da qualche droga.”

“Come dai conferma a ciò che ho detto poco fa, brava Charl.”

Dopo una settimana scorsa nell’attività del sopravvivere amabilmente, ella lo chiamò al telefono con un gesto spontaneo e carico di una forza pulsoria inspiegabile. Ebbene si, cotal giorno vernale partì, la dolce dama dal vestito a pois neri prese quell’aereo, solo a lei era chiara la motivazione di quell’evasione, tanto dolosa quanto dolorosa. La telefonata proseguì:

“Cantami una canzone, ora, per cortesia.”

Nel buio confidenziale dello studio (cagionato sta volta dall’interruttore abbassato), egli poggiò gentilmente la cornetta allo scrittoio di castagno, per poi afferrare il manico della Jumbo.

I’m waiting on an angel, one to carry me home, hope you come to see me soon, ‘cause I don’t wanna…

“Fermo, non finire il verso.” Si schiarì la voce. “Ora ti farò dei “coretti”, così suona meglio.”

Intonarono tutto il brano e quella manciata di minuti si dipinse di crema e bronzo antico, quasi a voler rassomigliare un tirso dionisiaco in una fase primordiale, antecedente alla sua creazione. Tutto ciò che sarebbe accaduto di seguito avrebbe avuto un valore inferiore, giunsero all’Apoteosi.

Il meriggio calò impertinente nel subdolo intento di privare il giovane dello stato di elevazione mattutino. Un tè, fu la cosa più sensata che i neuroni superstiti furono in grado di computare: Il paioletto in ghisa, chiaramente offeso dal tempo, giunse ratto sulla griglia del fornello, il quale sfiammò con furore facendo evaporare le gocce d’acqua presenti sulla superfice scalfita. In fase di bollitura, il quesito tardivo:

“Quale aroma?”

La divagazione scontata sull’Opium Tea (titolo di brano musicale) lo fece viaggiare in Rajasthan, dove effettivamente sorseggiò una bevanda di tale fattura. Lucido, scelse un tè nero.

Seguitamente ad un vuoto di coscienza, il giovane si ritrovò nel suo nido di cashmere a centellare la bevanda profumata. Avvezzo a crogiolarsi in situazioni della fattispecie, provò un senso di rodìo, come se quel dì, l’accoccolarsi in libreria non risultasse un atto finito. Qualcosa si faceva percepire come una voragine ingombrante, una falla nel sistema così cartesiano.

Lo stesso giorno ricevette una telefonata inopinata:

“Hei, sono Debora, ti va un caffè alle due?”

“Sono le quattro Debora..”

“Si, certo, facciamo… per le sei?”

“Ottimo.”

Ogni specifica sul luogo dell’incontro sarebbe risultata superflua, perifrasale, entrambe sapevano che si sarebbero ritrovati al “Camus Lounge”, nei pressi dell’edificio ove si teneva l’E.A.

Scritto e redatto da Mieletere

Demenza emozionale #5

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“Vivi nella cristallizzazione del tuo ego”

Fu questa l’affermazione con cui il bardo metropolitano venne congedato da Charleen, scontato, non rispose per mezzo della parola, ma del volto.

La mattina seguente fu colpito accidentalmente dallo sguardo di una pica fuggiasca che, presumibilmente, albergò la notte sul davanzale della stanza da letto, una visione. Nel volatile nero pece intravide la caducità della propria vita, e ciò ai suoi occhi risultava alquanto paradossale. La convinzione inveterata che l’esistenza fosse rappresentata da un magma fluente destinato a pietrificarsi con la morte, andava a contrapporsi ad un’istanza nova sulla quale non aveva mai riflettuto veramente: era un uomo come tutti gli altri, transeunte, caduco, esauribile, Fragile.

Egli vestì quella mattina l’abitudinaria vestaglia damascata, la quale giaceva dolcemente sulla cassa armonica del contrabbasso di pioppo nero, donatogli dallo zio in occasione del suo funerale. Intiepidito dal tessuto felpato, si diresse in libreria, dove l’illuminazione volutamente scarsa (come del resto accadeva in egual misura nella camera da letto) comunicava, a coloro che vi sarebbero transitati, l’esigenza di “riappropriarsi” di un momento di riflessione e volubilità al contempo. Si adagiò dunque sulla poltrona per poi fissare assennatamente il disco, quel disco che fruttò egli la vita decadente che, in cuor suo, credeva di meritare. Una dozzina di istanti diversi scorsero, ciascheduno raffigurante un portale verso una realtà alternativa che non avrebbe mai vissuto, in quanto egli, nella propria essenza, era dianzi inquilino di cotale realtà. Al termine della visione, la seconda oramai della giornata, afferrò veementemente il disco e lo gettò con violenza in direzione della porta intarsiata, pressoché intatto raggiunse la moquette rossa a quadri.

“Diamine!”

Verso il calare della notte prese la spontanea, quanto mai savia decisione di evadere dal mansardato. Oltrepassato il giardinetto, nel quale in primavera nacquero spontaneamente distese di calle, giunse all’angolo della strada dove niuno lo attendeva. Il giovane percorse un centinaio di metri sul viale spopolato accudito dalla sciarpa e il collo alto del cappotto. L’aria si fece algida improvvisamente, l’affetto procuratogli dal capo di vestiario si dissolse per lasciare libero terreno alla brezza gelida, tagliente, filtrante nelle cavità ossee: si accasciò a terra stremato. Seguitamente ad una dozzina di minuti di assenza, riprese conoscenza e innalzatosi riprese il cammino, lo scotch scordato nella tasca interna qualche mese prima fece la sua parte. Al termine dell’escursione notturna precipitò inesorabilmente sul letto matrimoniale, lasciando cadere il cappotto vellutato a terra, mentre il camino ottemperava il proprio dovere ed illuminava, solo, la stanza.

Intanto che giaceva sull’alcova, una fotografia scattata, durante l’uscita nottambula, dalla propria vista periferica apparve ad egli affrescata sulle pareti della mente: una ragazza a cui non fece minimamente caso vi era raffigurata, bionda, solinga, impavida, la quale al passaggio lo fissò basita. Per un momento percepì la necessità di scaraventarsi nuovamente nella brezza con il divisamento di incontrarla o perlomeno di verificare ciò su cui stava riflettendo, ma questo proposito svanì quando cadde tra le braccia di Morfeo.

Scritto e redatto da Mieletere

Demenza emozionale #4

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Un anno dopo l’E.A., un anno dopo Charleen, un anno dopo Debora, un anno dopo il condominio blu e un anno dopo la propria condanna.

Si svegliò in una mattina di dicembre: il suddetto mese, da due lustri ormai, impettito si adornava di foglie dorate e raggi solari che dardescamente trafiggevano timidi ammassi di neve cristallizzata. Finalmente, in posizione eretta principiò un cammino verso la zona caldamente umbratile della casa: il passo si faceva emicranico quando giungendo nella libreria illuminata da candele alla Magnolia sprofondò nella poltrona rossa vellutata, volse in seguito lo sguardo verso “Demenza Emozionale” che riposava impolverato sul tavolinetto di vetro e Swarovski  dal giorno della premiazione:

“Avrei dovuto esagerare, sarebbe dovuta essere un’opera magniloquente, ma quei discografici…”

Lo sguardo cadde nel vuoto improvvisamente, un uomo diruto sarebbe figurato ad un qualsivoglia spettatore di una tragedia che vedeva come protagonista indiscussa una vita beffarda e avida di energie vitali che il bardo metropolitano evidentemente non riservava. Il cranio pulsante scandiva un tempo scorretto, così sfacciatamente ladro che al suo interno i ricordi blindati non risultavano reperibili alla memoria errante e disillusa per le contrade della mente. Emanò un gemito straziante, e torrentizi i dotti lacrimali cominciarono a far fluire tutta l’aberrazione collezionata in soli dodici mesi e due settimane.

Uno scenario differente si sarebbe prospettato per il giovane a partire da quella torbida giornata vernale, una scure gravosa pendeva sulla sua nuca pallida e l’inconsapevolezza rendeva nauseabondo ogni pronostico.

Il telefono squillò violento e, con evidenti  problemi di deambulazione, lo raggiunse e una voce femminile pronunciò tali parole:

“Io non me la sento Gerard.”

“E’ un imperativo, lo sai.”

“Se ti raggiungessi ora?” Il silenzio grigio avvolse gli interlocutori isolandoli in una stanza “metareale”.

“Il caffè si raffredda…”

Divina “oltrevarcò” la porta in ebano disserrata, i tacchi corti rintoccavano le dieci di sera, mentre il meriggio scorso celere  dal nido di cashmere sfumava nella sera. Il giovane prese la moka mentre sfiatava l’ultimo pennacchio di vapore, dunque versò la bevanda nelle chiccare verdi sbeccate che lo riportavano a giorni nei quali nutriva alte speranze. Consumarono lentamente fissandosi vicendevolmente le pupille.

Terminato il gesto, la ragazza si fece rivestire e abbandonò la triste dimora nella sua decadenza: non l’avrebbe più aiutato a scacciare i fantasmi che lo braccavano in quel momento.

Scritto e redatto da Mieletere

E.A – Egosessuali anonimi #3

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Gli appuntamenti degli Egosessuali Anonimi, tre nella totalità, sembravano ormai giunti al capolinea come, secondo Hegel, la filosofia vi giunse con l’opera di Hegel.

Nonostante la volontà del Supervisore di procedere con i successivi quattro incontri come suggellato inizialmente, quello era destinato ad essere l’ultimo incontro.

In quella sera insolitamente algente di Marzo, i partecipanti furono incaricati di “schizzare” due figure umane separate da una linea, nessun’altra specifica fu data loro. Essi, come ci si aspetta ad un incontro della fattispecie, illustrarono loro stessi in abiti eccentrici (in maggior misura rispetto a quelli indossati), fatta eccezione per Malford e Cansey che sbrandellarono il foglio per poi gettarne la poltiglia in pieno volto del Supervisore che rimase paralizzato dallo stupore, congedarono il gruppo stizziti.

Parimente Charleen, Debora e Morthy si accinsero ad assolvere l’enimmatico compito nell’antro oscuro dell’aula: la prima, assai attalentata nell’arte illustrativa ritrasse Gerard nella prima parte, senza però raffigurarne gli occhi, nella seconda ritrasse Debora, l’amica di una vita, in una posa bizzarra. Quest’ultima accennò alcuni schizzi inconcludenti per poi tonare sorridente:

“Ah, io non disegno come te Charl.”

L’altra concentrata nelle sfumature rispose con un ghigno e un rapido spasmo delle sopracciglia. Nel contempo Morthy eresse nei cimiteri della sua psiche un cantiere navale, il prodotto finale: una barchetta di carta ricavata dal foglio ricevuto.

Il Supervisore abbandonò il locale temporaneamente, e passati quindici interminabili minuti si udì dal corridoio un bramito agghiacciante: Gladio che si sporse lievemente dall’uscio scorse il corpo sanguinante del Supervisore, trafitto da una bottiglia di Vodka spezzata, poi in lontananza percepì un borbottio:

“On eto zaslužil…” (lo meritava…)

Gladio avvisò i presenti con fare disinvolto, codesti lasciarono l’edificio per l’ultima volta scostando il cadavere che intralciava il corridoio ormai affrescato di rosso. I soccorsi arrivarono la mattina seguente.

Quella sera l’orologio ufficiale batteva l’una e mezza del mattino e le due ragazze si accesero una sigaretta alla fine dell’isolato, quando Debora chiese di Gerard:

“E il fantasma dov’è?” Il volto della ragazza era sinceramente permeato di curiosità.

“Gerard? Ci aspetta.” Rispose con occhi assenti.

“Dove precisamente?”

“Che domanda Debby.” Segui dopo essersi schiarita la voce: “Sul tetto del condominio blu, non ricordi? Mi ero raccomandata molto sul fatto che ti avvisasse del concerto.”

Debora aveva l’aria di essere molto confusa, e con lo sguardo smarrito fumava ormai il filtro di quella Marlboro. Finalmente si incamminarono in direzione della dimora di Gerard nel condominio blu. Terminata l’ultima rampa di scale, le ragazze giunsero in cima sfiatate per cagion dell’inveterato tabagismo.

Apparve loro Gerard appollaiato sul cornicione mentre accordava la sua Gibson Jumbo sverniciata, le guardò con un Trinidad acceso tra le labbra e principiò un arpeggio in Mi minore, la melodia in questione richiamava fortemente la prima traccia di di un disco dei Pink Floyd, il suo sguardo cristallizzato era volto alle giovani, quando Charleen si rivolse al bardo metropolitano con dolce ironia:

“Ehi tu, non aiutarli a seppellire la luce.”

Scritto e redatto da Mieletere

Osvaldo #2: Morire due volte

12 Dicembre 2013

Sono morto. Ora, nell’immediato, ma ciò non toglie che potrei essere di nuovo vivo in qualità di Osvaldo.

Tuttavia ora sono morto e non posso far altro che scivolare in quel buco nero che mi si sta aprendo sotto ai piedi. Ecco, ora sto venendo spaghettificato all’infinito e sarò condannato alla disgregazione: i miei atomi finiranno per formare qualche altra cosa non ben definita nell’universo, spero non gli escrementi di un piccione.

Ecco, la Fine. E’ quasi un momento poetico!

-3

-2

-1

Ok, sono vivo. Anzi, sono morto, ma non sono annichilito per sempre almeno.

Davanti a me una rampa di scale monumentale: scalini grandi e di marmo nero, sembra non esserci nessuno.

Scendo i piani dell’Inferno uno per volta, facendo bene attenzione a dove metto i piedi. A quota -14 comincio a sentire un acre odore, una puzza primordiale di pubi adolescenziali, denti guasti e natiche unte.

A -15 mi pare di sentire delle flatulenze.

A -16 l’olezzo di merda è chiaramente tangibile, problemi alle fogne penso.

A -17 prendo una deviazione: per problemi tecnici le scale fino a -20 sono temporaneamente inaccessibili. Verrò poi a scoprire che un povero dannato, stanco di sorbirsi peti in faccia tutto il dì (nei secoli dei secoli amen), aveva avuto la malsana idea di tentare la fuga. Risultato: ciò che resta di lui ora è sparso, letteralmente, lungo tre piani di scale.

Continuo la mia dantesca discesa. Seguo una freccia e passando tra una pozza di pece e gli uffici marketing (a proposito, mi hanno suggerito di provare a mandare il curriculum) mi ritrovo dinnanzi alla porta del piano -20. Il numero spicca nello sfondo nero, illuminato da una cornice al neon rosa. Da dietro il pesante serramento di ferro, anch’esso dipinto di rosa pastello, provengono gemiti, gridolini e risatine. Vado avanti, un diavolo paffuto, seduto su un divano a molle squarciato, vedendomi sputa fuori tutto il caffè che stava bevendo. Alzo la mano e saluto quello che mi sembra Giuliano Ferrara con la coda e le corna. Mi scruta minuziosamente strabuzzando gli occhi verdi poi mi fa segno di andare.

Scendo un’altra rampa di scale, ma sono costretto a farmi da parte al passaggio veloce di una pattuglia di demoni-contrappasso che, muniti di apposite vagine dentate, veloci si dirigono al -20, il reparto sodomiti.

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Dopo un tempo infinito, di qualche anno o di qualche secondo, arrivo al -25, l’entrata del palazzo luciferino.

Oggi mi dicono ci sia molta fila: qualche veggente in viaggio spirituale; due anziani rincitrulliti che hanno smarrito il loro piano; due dittatori di non-so-bene-quale-repubblica-delle-banane, che parlottano sul tempo che non passa mai (uno aveva un simpatico volto familiare); una rockstar che pretende delle groupies più acculturate; otto fanatici religiosi che pretendevano la salvezza; un pullman di vergini che ha sbagliato strada e nelle sfiga ha pure bucato; quattordici venditori abusivi di indulgenze; ventisette radicali italiani in sciopero della fame per non-so-bene-cosa; un santone indiano con annesso letto di chiodi e kobra; una delegazione sindacale vociante; qualche coppia pomiciante; un cantante di karaoke strafatto di colla; un giapponese nudo visibilmente indignato, con un dildo verde fluo nel retto; tredici musulmani che dibattono circa l’orientamento verso La Mecca dei loro tappeti; Jim Morrison che tira di naso in un angolo del grande salone; nonché diciassette mafiosi di Caltanissetta con tutù rosa e occhiali scuri, pure loro visibilmente indignati.

Prendo il mio numero e mentre aspetto i quattromilasettantadue numeri prima (la burocrazia è tutta italiana pure quaggiù) mi dedico all’esplorazione dell’ambiente. Cerco di approcciarmi a Jim Morrison, ma desisto dopo che alzatosi in piedi comincia a cantare uno jodel. Fa niente. L’interno è di uno splendente marmo bianco di Carrara, su piedistalli di alabastro sono posti diversi busti d’oro dei dannati celebri: il kaiser Guglielmo II, Hitler, Giolitti, Giulio Cesare, Hegel, quell’evergreen di Attila, Oscar Wilde, Pinochet, la regina Vittoria, svariati papi e porporati e altri scrittori decadentisti, nonché il mio prof di religione del liceo.

Dopo svariato tempo infinito la voce metallica dello speaker chiama il mio numero.

“Carta di identità, codice fiscale, eventualità da dichiarare”

“Osvaldo Canederli, no guardi ci deve essere un errore, io non dovrei essere qui!”

“Sportello reclami, in fondo a destra, su per otto scalini, poi a destra per 15 metri e di nuovo a destra”

Mesto mi avvio verso questo nuovo sportello, mi metto in coda, aspetto infinitamente, mi chiamano, fornisco le mie generalità e spiego la mia situazione.

“Vede mr. Canederli, lei ha ragione: lei non è segnato su nessuna lista qui nell’aldilà. Mi spiego, lei non dovrebbe essere morto.”

“Eppure lo sono, come la mettiamo?”

La bella impiegatina visibilmente imbarazzata continua a digitare qualcosa al pc, ma il responso continua ad essere negativo. Si alza e va a chiamare il suo superiore, un tedesco dalle ascelle sudate che ci capisce anche di meno e se ne va urlando: “Nein, nein, nein, nein!”.

Aspetto pazientemente, guardando fuori da una finestra: un immenso e ribollente mare di lava, si può vedere qualche surfista e pure qualche coppietta appartata in intime effusioni su un pedalò. Finalmente arriva qualcuno: un diavolo assonnato in pantaloncini color kaki e camicia hawaiana mi scruta dall’alto al basso, mi da un pass vip e a calci in culo mi ritrovo nel salone principale. Jim Morrison è scomparso, peccato, avrei voluto salutarlo e provare un po’ della sua roba.

Morale della favola: Jim è riuscito a morire una seconda volta nei bagni del palazzo, i mafiosi sono stati accontentati e al posto di un tutù ora si ritrovano dalla vita in giù nel cemento, le vergini sono state rispedite in paradiso a bordo di un camion guidato da un tipo senza una gamba, che ogni tanto non ci azzeccava con il pedale, grattando inesorabilmente la frizione. Io son finito in cabina con questo personaggio e a metà strada mi son ritrovato abbandonato in mezzo al nulla cosmico, solo nebbia e odore di grigliata, o di carne infernale arrostita forse.

In alto noto una luce fioca che man mano diventa più intensa, espandendosi.

Vengo risucchiato e mi ritrovo vivo.

Piccolo problema, un errore di natura tipicamente burocratica: oggi è il 12 Dicembre 3013, la Terra non esiste, mi ritrovo in mezzo allo spazio e l’odore di barbecue proviene dalle mie chiappe che si stanno arroventando: sto galleggiando a trentamila chilometri sopra la superficie solare.

Mi sa che oggi dovrò morire due volte.

Che palle.

 

Scritto e redatto da Dixan

E.A. – Egosessuali Anonimi #2

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Il trapasso del torbido Antoine, non destò scandalo, e come biasimare quegl’inamidati soggetti facenti parte dell’E.A?

Il secondo incontro vide tre di individui sconosciuti presenziare, tutti agghindati allo stesso modo: vestivano un completo color foglia di tè lucido di un’eleganza sorprendente e scarpe giada verniciate. L’impressione che  Gerard ebbe di loro fu quella del gruppo vocale,  il giovane centrò in pieno, il trio si presentò in qualità di entità indivisibile vocalizzando i tre pseudonimi su tre ottave diverse: “Goid! Loyd! Royd!”, inutile dire quanto palpabile fosse l’atmosfera di indifferenza che aleggiava nella stanza così scarsamente illuminata.

Nel contempo Charleen invitò alla “entusiasmante serata” un’amica, Debora, anch’ella di media statura, snella e dalla chioma bionda riccioluta e abbacinante, la quale fluiva a cascata dal capo per adagiarsi soavemente al volto della ragazza. Andò formandosi un gruppo parallelo nel cantuccio meno illuminato della stanza, dove Antoine si esibì nel goffo volo Icareo che lo portò alla medesima fine. Esso era composto da quattro elementi la suddetta sera, l’unico non ancora menzionato è, o meglio era Morthy, un losco figuro costantemente (all’apparenza) reduce di un Punk Club degli anni ottanta, il quale portava puntualmente un paio di occhiali da sole tondi strettissimi al volto. Regnava un silenzio silvano nel quartetto, sino a quando Debora si rivolse veementemente a Gerard:

“Tu mi ricordi un tizio.”

“Di che tipo?” Rispose con uno sguardo assente.

“Uno di quelli.” Rispose lei con un ghigno di compiacimento.

“Nonostante la cristallinità della tua invettiva, non recepisco…”

“Te lo si legge in quegli occhi spenti, sei capace di fare quella faccia tutti i giorni, di fissare le persone e comunicar loro la tua vuotezza, sei fottutamente vuoto…”

“Io avrei detto empietà.” Ribatté pacatamente accennando un sorriso quasi impercettibile.

Charleen assistette al dialogo indossando un sorriso che esprimeva familiarità nei confronti di quel comportamento che Debora assunse, una prassi giustappunto, la ventenne era avvezza alle invettive spontanee in compagnia. Decisero così di lasciare l’incontro due minuti prima del termine prestabilito e di percorrere la strada verso casa di Gerard che avrebbe ospitato le due ragazze, fumando. Morthy li congedò attraverso un breve cenno con le dita, allontanandosi. Finita la sigaretta Debora si strinse a Gerard  fissando quello sguardo smarrito, quasi da volerlo ricondurre alla casa in mattoni rossi di campagna che non aveva mai abitato. Charleen, che quella sera indossava un vestito a rombi neri, stava alla stessa distanza della sera precedente, lei e Gerard ebbero un incontro musicale nel quale lei accompagnò lui al Gran Piano svolgendo alcuni brani tratti da “Closing Time” di Tom Waits. Debora dormì con Gerard nella stanza degli ospiti, Charleen nella camera del giovane.

Quella sera serpeggiò in Gerard la volontà di bigiare l’appuntamento successivo all’E.A, la motivazione era anche al giovane stesso arcana, fatto sta che dopo la parentesi carnale si mise a scrivere per altrettanto tempo di luoghi fittizi i quali godevano della qualità dell’esistenza nel personale mondo infernale di Gerard.

Lei sussurrò: “Spegniti un momento.”

Scritto e radatto da Mieletere

E.A. – Egosessuali anonimi #1

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Sull’insegna “E.A. – Egosessuali anonimi”, inutile dire quale screzio sia stato per quella viziosa dozzina non rivelare il proprio nome seguito da epiteti fuligginosi e decadenti, ce la fecero.

Fu chiesto essi di soppiantare il proprio nome con uno fittizio e ciò sollecitò vivamente i presenti nel profondo della loro indole creativa ed egocentrica. Il primo sulla ventina, decise di proclamare la propria vana gloria a gran voce: “Sono Gladio, so riflettere i raggi luminosi come una supernova e ferire come il più tagliente dei rasoi, è un piacere tediare qualche individuo squilibrato, che erroneamente è attratto dall’idea blanda di se stesso.” Al sedicente Gladio susseguì un tale, canuto sulla cinquantina, il quale indossava una vestaglia blu cobalto damascata, e non v’è ombra di dubbio che la suddetta fosse la tenuta quotidiana dell’uomo. Dal baffuto viso scarno provennero le seguenti parole: “Mi presento, nonostante l’inutilità del gesto” si schiarì la voce e proseguì: ”Sono Fasenzio, annego nell’oro ogni giorno e non mi stanco mai di farlo, come qualcun altro indubbiamente possiedo una Sala degli specchi ove ammiro la mia persona e disprezzo le mie amanti passate, presenti e future, grazie.”

Durante le presentazioni, al di là dell’uscio alcuni studenti Russi borbottavano lamentandosi della temperatura, Gerard li sentiva benissimo, ma Antoine, intorpidito dai gas tetraidrocannabinotici provenienti dal vicolo sul quale dava il locale adibito all’E.A., sembrava in uno stato di coma profondo con le pupille smeraldine e scintillanti che scorgevano il  pertugio suburbano. I due ventenni si conoscevano da un paio di mesi per un “goliardico incidente” avvenuto in una stazione di servizio alle due del mattino in un giorno di Maggio.

Il raduno di sollazzanti api regine proseguiva, Gerard ne percepiva il ronzio, Antoine non dava alcun segno vitale e la ragazza si dondolava sulle piante dei piedi, quasi nell’intento di scandire un tempo più logico rispetto a quello propinato dall’orologio rosso. Era di media statura femminile, sfoggiava una capigliatura anni cinquanta e vestiva un abito a pois neri, e avvegnanché il suo viso non comunicasse alcuna emozione, Gerard vi era rimasto ipnotizzato.

Inaspettatamente Antoine cadde dalla finestra e nessuno notò il fatto. Nel frattempo gli sguardi di Charleen e Gerard emanarono un fascio turbinoso di luce che permise la connessione spirituale tra i due, erano giunti in una dimensione iperuranica che li privò di ogni facoltà sensoriale. I due, praticamente sconosciuti sino a quella sera di Marzo all’E.A., ottennero le informazioni necessarie per comprendere che il legame stabilito era innato.

La settimana seguente si sarebbe dovuto allestire il secondo incontro, ma il Supervisore ebbe da rassettare i moduli di presenza dato il decesso di un partecipante, il secondo appuntamento sarebbe avenuto la settimana successiva.

Nella via del ritorno Gerard offrì un sigarino a Charleen che di buon grado indirizzò il ragazzo ad applicarsi in un atto sodomitico imprecisato, ciononostante la ragazza lo accompagnò a casa e vi albergò quella notte.

Scritto e redatto da Mieletere